Il bacio dell’angelo perduto

IL BACIO DELLANGELO PERDUTO

di

MELISSA CASTELLO

 

 

  • Lunghezza stampa: 245
  • Editore: Elister Edizioni (14 febbraio 2018)
  • ingua: Italiano
  • ASIN: B079VVG3BS

 

Sinossi

Lei lo ama da sempre. Lui la odia a tal punto da aver perso se stesso.
Patrick ha perso tutto. Anche la sua stessa umanità. Ha rinunciato alla sua vera natura a causa di Cat. Ora l’unica cosa che desidera è ottenere la tanto agognata vendetta che brama da anni, da quando è ritornato in città. Finalmente il momento giusto sembra essere arrivato, ma proprio quando si ritroverà a vivere a stretto contatto con lei, qualcosa di imprevisto e dimenticato torna a galla, portandolo a soffocare la sua vera essenza e ciò che essa nasconde.
Tra segreti e rancori passati, riuscirà Cat a ritrovare il ragazzo che si nasconde dietro l’anima perduta di Patrick?
Non sapevo perché, ma c’era qualcosa che mi diceva che avrei fatto meglio a non muovermi oppure a scappare lontano, qualcosa che mi faceva stringere i palmi sudati delle mani intorno a un pugnale che tenevo nascosto dietro la schiena.
UN ESTRATTO (Primo capitolo)

Il bacio

Cat

 

Avevo il cuore in gola e temevo che lui potesse sentirlo pulsare, avvicinandosi.
Deglutii a vuoto e finalmente trovai il coraggio di alzare lo sguardo e perdermi nei suoi meravigliosi occhi verdi oscurati dal desiderio.
Soffocai un sussulto quando mi accorsi che anche lui mi stava fissando.
E come mi fissava… Come avevo sempre desiderato.
Mi sentii completamente persa, intrappolata da quegli occhi che m’inchiodavano e m’ipnotizzavano.
Questa volta non riuscii a distogliere lo sguardo al quarto secondo, come facevo sempre.
No, questa volta, rimasi lì, con il cuore che mi esplodeva nel petto e le mani serrate dietro la schiena, incapaci di muoversi.
Quando il suo profumo mi arrivò ai polmoni, mi sembrò di perdere il contatto con la realtà.
Non si era mai avvicinato così tanto a me e in quel momento sarebbe bastato un respiro un po’ più profondo per sfiorargli la maglietta con il petto.
Andai in apnea e aspettai.
Immobile.
Incapace di muovere un muscolo o anche solo di respirare o pensare.
Inebetita da quella vicinanza che mi spaventava e desideravo nello stesso tempo, da quando il mio cuore aveva iniziato a battere per lui molti anni prima.
Lentamente allungò il braccio e mi sfiorò la guancia con il dorso della mano.
Dovetti usare tutti i miei sforzi per non strofinarmi contro di lui come una gatta in cerca di coccole.
M’imposi di rimanere ferma.
Non sapevo perché, ma c’era qualcosa che mi diceva che avrei fatto meglio a non muovermi oppure a scappare lontano, qualcosa che mi faceva stringere i palmi sudati delle mani intorno a un pugnale che tenevo nascosto dietro la schiena.
Sentii la lama tra le dita.
Non avevo idea del motivo per cui io dovessi tenere quell’arma, ma ero sicura del fatto che lui non doveva assolutamente saperlo.
Strinsi le dita con ancora più forza fino a ferirmele, sentii il sangue colare sull’elsa dorata e cadere per terra, ma non percepii dolore.
La vicinanza di colui che bramavo da una vita, mi distraeva completamente e quando lo vidi chinarsi su di me, annullando le distanze fra noi, la mia mente si svuotò completamente.
Mi sentii calamitata come un magnete e inconsapevolmente mi ritrovai a ondeggiare verso di lui, finché non sentii le sue labbra contro le mie.
Un bacio.
Era tutto quello che desideravo.
Lasciai che la sua bocca mi assaggiasse e mi schiudesse a lui.
«Cat» mi sussurrò, prima d’intrecciare le dita tra i miei capelli e tirarmi verso di sé come se volesse risucchiarmi.
Mi lasciai andare completamente a quella felicità sconosciuta.
Un altro passo e i nostri corpi aderirono perfettamente come due metà di un intero unico e perfetto.
«Patrick» mormorai dolcemente, inebriata dal suo profumo così maschile e sensuale, mentre lui riprendeva possesso della mia bocca.
Trasportata da quel piacere che mi faceva tendere e languire, mi appoggiai a lui e iniziai a rispondere con sempre maggiore passione e voracità a quel bacio così atteso.
Le sue braccia mi strinsero a sé e io sentii il mio seno spingere contro il suo torace ampio e duro.
Avrei voluto abbracciarlo e toccarlo anch’io, ma non mi decidevo a lasciare il pugnale.
I nostri respiri si mescolarono, le nostre labbra iniziarono una battaglia sensuale ed erotica che mi eccitò da morire, le sue mani scivolarono lungo i miei capelli biondi, sciolti sulla schiena, provocandomi brividi bollenti ed elettrici per tutto il corpo, ma quando sentii che si stava avvicinando al pugnale, mi spaventai e improvvisamente un rumore assordante spezzò l’incantesimo.
«Patrick, no» mi lamentai, quando si staccò da me.
«Cat, non dovevi farlo!» si arrabbiò all’istante.
«Patrick, io…» cercai di dire, anche se non sapevo nemmeno cosa. Desideravo solo che si fermasse e tornasse a baciarmi, ma il rumore diventava sempre più forte e per quanto urlai il suo nome, sentii che ormai l’avevo perduto.
«Pattifox!» gridai disperata un’ultima volta, chiamandolo come facevo un tempo.
All’improvviso tutto cambiò.
Mi svegliai.
Sbattei gli occhi ripetutamente, cercando Patrick, ma mi ritrovai in camera mia, nel mio letto e davanti a me avevo il viso estasiato di mia madre che mi fissava con i suoi grandi occhi verdi, già truccati con abbondante eyeliner e ombretto dorato.
«Pattifox! L’hai sognato, vero?» squittì emozionata, andando a spegnere la mia sveglia spaccatimpani.
Ecco cos’era quel suono nel sogno! Maledetta sveglia!
«No» sbuffai irritata dall’invadenza di mia madre. «Quante volte te lo devo ripetere che non voglio che entri in camera mia senza bussare?»
«Numero uno: sono tua madre, Catherine! Numero due: ho bussato, ma stavi dormendo! Numero tre: ero venuta per spegnere quella sveglia infernale che ti ostini a usare per alzarti la mattina. Numero quattro: com’era Pattifox? Ti ho sentito mentre lo chiamavi. È incredibile che tu lo sogni ancora nonostante siano passati così tanti anni da quando andavate a scuola insieme. Avevate solo dieci anni e…»
«Mamma! Sono affari miei. Il mio era solo un sogno» sminuii quello che era un appuntamento annuale che avevo dall’età di dieci anni e Patrick mi aveva dato un breve e delicato bacio sfuggente sulla bocca prima che io scappassi via dall’imbarazzo.
Peccato che all’epoca ero così piccola e stupida.
Oggi, col cavolo, che sarei scappata via! Anzi!
«Chissà che fine ha fatto quel bambino… Non me lo ricordo neanche più. L’hai più rivisto dopo le elementari?»
«No» mentii nuovamente. Se solo avesse saputo che due ore dopo avrei avuto proprio il caro Patrick a tre metri di distanza, a due banchi dietro di me, non mi avrebbe più lasciato in pace.
«Secondo me, è per colpa di questo Pattifox se sei ancora vergine»
«Mamma!» la rimproverai scioccata.
«Cat, io alla tua età avevo già fatto di tutto, mentre tu non hai nemmeno baciato un ragazzo. Un ragazzo vero, intendo, non un bambino»
«Io non sono come te» constatai con un lieve disappunto che traspariva dalla mia voce.
«Ed è proprio questo che non mi spiego. Di sicuro non è per il tuo aspetto fisico, perché io ti ho fatta bene. I miei geni sono stati trasmessi correttamente. Cat, tu sei bellissima» mi disse dolcemente, anche se subito dopo iniziò a brontolare. «Certo che se ti vestissi un po’ meglio e iniziassi a truccarti con cura»
«Non sono interessata a queste cose»
«Tuttavia hai una bella pelle, non c’è che dire» continuò lei senza considerarmi, iniziando a rovistare nel mio armadio e a tirare fuori i vestiti più scollati, corti, colorati e trash che possedevo. Tutti suoi regali, ovviamente. «Forse il tuo problema sta nel look. Hai tanti vestiti fantastici, guarda, ma tu ti ostini a indossare quelle oscenità incolori»
«Non sono incolori. Sono bianchi e neri»
«Appunto, incolori. Sei noiosa come un libro stampato senza immagini»
«Mi piacciono i libri»
«Noiosi pure quelli. Senza contare che occupano un sacco di spazio»
«Dimmi la verità: mi hai adottato, vero?»
«No, tesoro. Sei figlia mia. Quando ti ho partorito, mi hanno dovuto mettere i punti a causa del tuo testone e…»
«Mamma, ti prego, adesso vomito»
«Faresti meglio a prepararti. Tra mezz’ora arriva l’autobus e tu non hai ancora fatto colazione».
Senza perdere tempo, mi buttai giù dal letto e corsi a farmi una doccia veloce e a vestirmi con dei jeans neri skinny e una maglietta bianca con la scritta nera Keep calm and carry on.
Solo le All Star rosse mi davano un tocco di colore. Proprio come piaceva a me.
Velocemente me ne tornai in camera e notando mia madre intenta a seguire il suo videocorso di pilates in salotto, fuggii verso la mia dispensa segreta, nascosta dietro ai libri, e mi presi due barrette di cioccolato fondente e nocciole.
Le mangiai voracemente, sperando di non farmi beccare.
Poi infilai l’involucro vuoto nella tasca dei jeans e uscii.
«Cat» mi richiamò mia madre, notandomi correre verso l’uscita. «La tua colazione! Ti ho preparato la tisana drenante che ti piace tanto con due fette di ananas! Oggi è la nostra giornata detox anticellulite!»
«Mi spiace ma devo andare o perderò l’autobus. A stasera» la salutai di corsa, felice di aver saltato una delle sue solite colazioni assurde e disgustose.
Quando arrivai alla fermata dell’autobus, mi svuotai le tasche dalla prova del mio tradimento alla sacra giornata detox di mia madre e aspettai.
Dopo cinque minuti passò il mezzo pubblico.
Salii e andai subito a mettermi vicino a Spencer.
«S» la chiamai per avvisarla del mio arrivo e per farmi liberare lo spazio accanto a lei, che occupava sempre con il suo zaino fino alla mia fermata.

«Cat, sono nella merda» sbottò all’istante, senza alzare gli occhi dagli appunti di storia.
«Non hai studiato?»
«Mi sono ipnotizzata davanti alla tv a guardare le repliche della quinta stagione di Gossip Girl»
«S, se non recuperi il voto dell’altra volta, i tuoi genitori ti metteranno di nuovo in punizione e noi non potremo vederci per un sacco di tempo» le rammentai.
«Lo so, non me lo ricordare, per favore. Sono già agitata per conto mio» si arrabbiò subito, tornando a studiare.
Mi sedetti accanto a lei e la lasciai in pace, anche se in realtà avrei voluto subito raccontarle del mio sogno.
Spencer era l’unica amica che avevo e anche se in storia era una frana, quando si trattava delle mie storie, si ricordava sempre tutto e sapeva che ogni anno facevo quel sogno.
Lei era la sola con cui potessi confidarmi e sentirmi al sicuro dai pettegolezzi, a differenza di mia madre che dopo aver passato la mia infanzia a rovistare tra i miei diari segreti e a farsi gli affari miei, poi usava quelle informazioni come nuovo gossip da raccontare alle clienti del centro estetico dove lavorava oppure come argomento per rompere il ghiaccio quando era nervosa davanti a qualcuno.
Per colpa sua, mi ero sparata un’adolescenza da piccola paranoica, sempre alla ricerca di qualche nuovo nascondiglio per i miei diari segreti oppure a indagare su quanto sapesse degli affari miei.
Ma per fortuna, tre anni prima, Spencer si era trasferita con la famiglia a Columbus e finalmente, dopo tanti anni di solitudine, avevo trovato un’amica.
Quella sensazione di isolamento mi fece per un attimo venire un nodo alla gola.
Come avevo fatto a passare da bambina socievole e piena di amici ad adolescente insicura, sola e introversa?
Non lo sapevo.
Alle elementari ero un piccolo terremoto. Giocavo e studiavo con chiunque.
Patrick era il mio migliore amico e stavamo sempre insieme, ma poi lui aveva dovuto cambiare famiglia affidataria ed era stato costretto a trasferirsi in un’altra città.
Ricordavo ancora il giorno in cui aveva lasciato la scuola.
Era venuto da me e mi aveva baciato davanti a tutti i nostri compagni.
Mi ero vergognata da morire e l’avevo spinto via, per poi scappare come una codarda.
Non ricordavo il motivo del mio comportamento. Ero stata stupida, sciocca, infantile, immatura e spaventata da quel cuore che aveva iniziato a battere così tanto da sentirlo in gola. Inoltre ero anche arrabbiata, perché all’epoca non avevo ancora capito che la decisione di andarsene non era dipesa da lui.
Avevo rivisto Patrick solo alle superiori, dopo più di tre anni di lontananza.
Era tornato a Columbus con una nuova famiglia molto ricca, ma non era più lo stesso.
Nemmeno io ero più la stessa. Dopo la sua partenza mi ero isolata. Avevo cominciato a non uscire più e a passare ore a dipingere a casa da sola.
E ora, dopo quattro anni, eravamo all’ultimo anno di liceo, ma tra noi due non c’era mai stato uno scambio di saluti o altro.
Il nulla.
Avevo provato ad avvicinarmi all’inizio, ma lui mi aveva trattata con freddezza, dicendomi di non conoscermi.
Mi ero sentita così umiliata e ferita che dopo quell’episodio non mi ero più azzardata a rivolgergli la parola.
Tuttavia avevo continuato a guardarlo da lontano e a seguirlo a distanza fino ad innamorarmene.
Tre secondi. Quello era il tempo limite che mi davo prima di distogliere lo sguardo, per non rischiare di essere beccata o per non destare sospetti.
Tre brevi ma intensi secondi in cui potevo perdermi ad ammirare i ricci biondi dei suoi capelli che gli ricadevano ai lati del viso, la sua pelle lievemente abbronzata, il viso sempre perfettamente rasato di fresco, i suoi occhi verdi con sfumature ambrate che gli illuminavano lo sguardo in modo seduttivo e ipnotizzante.
Quando poi mi capitavano le giornate fortunate, riuscivo anche a perdermi nel suo profumo e nel suo dopobarba che avevo scoperto essere della linea di Calvin Klein, dopo settimane passate nel reparto profumeria del centro commerciale.
L’avevo anche comprato, ma non mi ero mai osata a metterlo per andare a scuola.
Lo mettevo solo di notte quando andavo a dormire e desideravo sognarlo.
E poi c’erano i giorni superfortunati, quando si mostrava senza maglietta, magari dopo un allenamento di basket.
L’intensa attività fisica per ottenere un posto di prestigio alla Columbia University l’anno successivo, gli aveva trasformato il corpo in una macchina di muscoli perfettamente scolpiti e agilità felina con cui si muoveva e sfuggiva agli avversari durante le partite.
Era il migliore e non mi ero sorpresa due anni prima per il fatto che fosse stato nominato capitano della squadra.
Se l’era meritato.
Peccato che tutta quella popolarità avesse portato con sé fiumi di ragazze pronte a portarselo a letto, scatenando la mia gelosia annidata sul fondo della mia anima.
Per fortuna, dopo tutti quegli anni ero diventata brava a nascondere i miei sentimenti e a fingere indifferenza.
Ma a che prezzo?
Non ci volevo pensare.

 

 

Perché leggere il romanzo? Esploriamolo assieme all’autrice!

  • Buongiorno, Melissa, quando hai progettato questa storia?

Buongiorno! Questa è la prima storia che ho scritto. Due anni fa. Inizialmente era solo una semplice bozza, ma poi ho deciso di riprenderla e di migliorarla, seguendo i consigli giusti e grazie all’esperienza che mi ero fatta nel frattempo.

  • Sei stata ispirata da qualche lettura, vecchia o recente?

Quando l’ho scritta, non mi sono ispirata a nessuna lettura. A parte Harry Potter, Fairy Oak e altre storie fantasy molto simili, per ragazzini, non ho letto altro. Poi, però, quando ho iniziato a rivedere il testo e migliorarlo, ho letto i romanzi di Lisa Desrochers e alcuni sui vampiri, indirizzati a un pubblico young adult.

  • L’ambientazione è reale o di fantasia?

L’ambientazione è reale anche se è presente un mondo angelico nascosto in quello reale.

  • Il romanzo è autoconclusivo o rientra in una serie/saga?

È assolutamente autoconclusivo. Non amo particolarmente le saghe.

  • Parlaci dei personaggi e definiscili brevemente con qualche aggettivo. Qualcosa che li renda irresistibili agli occhi del lettore.

I personaggi principali sono Cat (artista, altruista, insicura), Patrick (vendicativo, oscuro, spaventato dai sentimenti umani), Spencer (bisex, una vera amica) e Sawyer (ligio al dovere, a volte insensibile).

  • Qual è il pubblico ideale per questa storia? È un testo per tutti o per fasce di lettori ben precise, ad esempio per adolescenti, adulti o è pensato per un pubblico prevalentemente femminile o maschile?

È una storia per tutti, specialmente per i giovani. È un romanzo young adult, dato che i personaggi hanno 17 anni e forse è più indirizzato a un pubblico femminile per via della storia d’amore che è il fulcro della storia.

  • Che tipo di linguaggio hai scelto, per questo romanzo? Colloquiale, forbito, diretto ecc…?

Un normalissimo linguaggio, facile, pulito e diretto.

  • Che cosa desideri comunicare al lettore? C’è un significato nascosto, sotto la trama?

Oltre alla storia d’amore, ci sono delle tematiche che ho voluto toccare per rendere omaggio a due mie amiche: una lesbica (quindi ho voluto lanciare un messaggio contro l’omofobia) e una vegana (quindi animalista convinta). Poi c’è una parte sul finale che ci fa capire che gli errori del passato non potranno mai essere cancellati, ma l’unica cosa che ci resta da fare è prenderne atto e migliorarci per il futuro, tentando di fare del bene.

  • Hai usato una tecnica particolare, per scrivere questo romanzo?
  • Nessuna

 

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