Birthday Girl

Birthday Girl

Penelope Douglas

Traduttore: Jacopo Palladini, Giulio Silvano
Editore: Newton Compton
Pagine: 438 p.
EAN: 9788822724915
Narrativa erotica e rosa – Rosa
Descrizione
Jordan non aveva un posto dove andare, quando Pike l’ha accolta in casa. Pike è stato sempre gentile e premuroso. Per la prima volta dopo tanto tempo, lei si è sentita al sicuro. Jordan sa bene che lui, anche se non lo dice, vuole proteggerla. Lo vede nei suoi occhi la mattina, a colazione. E quando lui rientra, la sera, Jordan sente il cuore battere più forte. Ma sa che deve smetterla di pensare a lui. Perché Pike è libero, ma lei è impegnata. Pike ha accolto Jordan in casa, cercando di rendersi utile. Ma non poteva immaginare che le cose sarebbero diventate così complicate. Pensa continuamente a lei e ogni volta che si incrociano in corridoio rimane senza fiato. Ma non può avvicinarsi, dovrebbe togliersi quel pensiero dalla testa. Eppure più passa il tempo e più Jordan diventa parte di lui. Una parte che non sarà mai libero di amare. Non perché ha solo diciannove anni. Ma perché è la ragazza di suo figlio.

Capitolo 1

Jordan

Non mi risponde. L’ho chiamato due volte negli ultimi quindici minuti e gli ho anche scritto un messaggio, ma niente. Almeno si ricorderà che gli avevo chiesto di venirmi a prendere alle due?
Chiudo la chiamata e do uno sguardo all’orologio sopra il bancone: è quasi mezzanotte. Due ore prima di quando stacco di solito. Due ore prima rispetto all’orario in cui normalmente mi serve un passaggio.
E io che pensavo che fosse un vero colpo di fortuna, questa uscita anticipata.
Merda.
Devo assolutamente sistemare la macchina. Non posso fare sempre affidamento su di lui.
La musica risuona tutt’intorno a me, vedo dei clienti che ridono alla mia destra, mentre a sinistra una delle mie colleghe al bancone riempie di ghiaccio il secchiello.
Una fitta d’ansia comincia a risalirmi dalla base del collo. Se non risponde, o dorme o è uscito. In entrambi i casi sarà troppo tardi quando si ricorderà di me. Non è sempre così inaffidabile, ma non è nemmeno la prima volta che succede.
Ecco il problema di mettersi insieme a un tuo amico. È sempre convinto di poterla fare franca.
Prendo la camicia e lo zaino dall’armadietto e metto il cellulare in tasca. Mi abbottono la camicia sopra la canottiera, e per coprirmi meglio la infilo dentro i jeans. Mi vesto un po’ sexy per fare più soldi con le mance, ma non ho alcuna intenzione di uscire da qui conciata in questo modo.
«Dove vai?», chiede Shel, scrutandomi mentre spilla una birra.
Do un’occhiata alla mia capa, ha i capelli neri con dei colpi di sole biondi e dei cuoricini tatuati sul braccio.
«A mezzanotte danno La Casa al Grand Theater», le dico mentre chiudo l’armadietto e mi infilo la borsa a tracolla. «Vado lì ad ammazzare il tempo mentre aspetto Cole».
Finisce di spillare la birra e mi guarda come se volesse dirmi un milione di cose ma non sapesse nemmeno da dove cominciare.
Sì, sì, lo so.
Vorrei tanto che la smettesse di guardarmi in quel modo. Con buona probabilità Cole non sarà qui alle due, visto che non risponde al cellulare. Lo so. Probabilmente è ubriaco fradicio a casa di un amico.
O magari è a casa a dormire e ha messo la sveglia per venirmi a prendere alle due e ha lasciato il telefono nell’altra stanza. È difficile, ma non impossibile. Ha ancora due ore. Gliele concedo.
Mia sorella non può venirmi a prendere perché è a lavoro e nessuno dei colleghi può darmi un passaggio perché ho staccato solo io. C’è poco movimento stasera, e sono l’unica che non ha bambini da mantenere, e di conseguenza può rinunciare a qualche ora di paga.
Certo, non significa che non abbia lo stesso un disperato bisogno di soldi.
Stringo la cinghia della borsa sul petto. Mi sento come se avessi ben più dei miei diciotto anni.
Veramente, sono già diciannove. Quasi dimenticavo che giorno è oggi.
Faccio un respiro profondo, scacciando via le preoccupazioni almeno per una sera. Un sacco di gente della mia età ha problemi di soldi, non riesce a pagare le bollette ed è costretta a scroccare passaggi perché non può permettersi un’auto. So che è troppo pretendere di mettere tutto a posto da sola, ma mi vergogno lo stesso. Odio sembrare dimessa, impotente.
E non posso nemmeno dare tutta la colpa a Cole. Sono stata io a decidere di investire ciò che rimaneva del mio prestito scolastico per aiutarlo a riparare la sua macchina. Lui mi è stato accanto quando ne ho avuto bisogno. Una volta eravamo tutto l’uno per l’altra.
Shel si gira e posa la birra sul bancone di fronte a Grady – uno dei clienti fissi. Mette in cassa i suoi soldi lanciandomi un’altra occhiata. «Sei senza macchina», dice. «E fuori è buio. Non puoi andare al cinema a piedi. I trafficanti di donne stanno giusto cercando ragazze bionde e attraenti e stronzate del genere».
Sbuffo. «Devi smetterla di guardare i film su Lifetime».
Non siamo troppo lontani dalle grandi città, e Chicago è solo a poche ore di strada, ma ci troviamo lo stesso nel bel mezzo del nulla.
Esco dal bancone. Il cinema è proprio dietro l’angolo, le dico. «Ci metterò dieci secondi se corro veloce. E io sono veloce».
Andandomene do una pacca sulla schiena a Grady. Quando si volta per farmi l’occhiolino i capelli grigi raccolti in una coda gli oscillano sulla schiena. «Ciao, piccola», mi dice.
«’Notte».
«Jordan, aspetta», mi grida Shel sovrastando la musica del jukebox. Mi giro a guardarla.
La vedo tirare fuori dal frigo una scatola e del vino di cartone. Li spinge sul bancone verso di me.
«Buon compleanno», dice con un sorrisetto soddisfatto. Non me lo aspettavo, e lo sa.
Accenno un sorriso, apro la piccola scatola di Krispy Kreme e scopro mezza dozzina di ciambelle.
«Il meglio che ho trovato. Ero di corsa», mi spiega.
Non sarà una torta, ma non mi posso lamentare.
Chiudo la scatola e nascondo il bottino nella borsa, vino e tutto. Non mi aspettavo proprio nessun regalo, naturalmente, ma è sempre bello sapere che qualcuno ti pensa. Mia sorella Cam mi farà senza dubbio una sorpresa domani, quando ci vedremo: una camicia carina o degli orecchini sexy. E in settimana probabilmente anche mio padre si ricorderà di chiamarmi, prima o poi.
Shel sa come farmi ridere, però. Sono abbastanza grande per lavorare in un bar ma non abbastanza per bere. Un po’ di vino da buttar giù di nascosto fuori dal locale: sarà la mia piccola avventura per stanotte.
«Grazie», dico, mi sporgo sul bancone e lo do un bel bacio sulla guancia.
«Fa’ attenzione», mi dice.
Annuisco, mi giro, supero la porta di legno ed esco fermandomi sul marciapiede.
La porta si chiude alle mie spalle, la musica arriva ovattata all’esterno e per un istante mi si blocca il cuore nel petto. Poi rilascio il respiro. Non mi ero nemmeno resa conto che stavo trattenendo il fiato.
Le voglio bene, ma non mi piace che si preoccupi per me. Mi sembra mia madre, vuole sempre sistemare ogni cosa.
Cioè, se avessi avuto una madre come lei sarei stata proprio fortunata.
Per un attimo sento una piacevole carezza d’aria fresca, poi arrivano il freddo della notte – che mi fa venire la pelle d’oca sulle braccia – e il profumo fragrante dei fiori di maggio. Rovescio la testa all’indietro, chiudo gli occhi e inspiro profondamente mentre la lunga frangia mi accarezza le guance sotto la brezza leggera.
Fra poco questo venticello lascerà il posto alle calde notti d’estate.
Apro gli occhi, guardo a sinistra e poi a destra, e mi accorgo che la strada è deserta ma entrambi i lati sono occupati da macchine parcheggiate. Persino il posteggio dell’associazione dei veterani di guerra è pieno. La loro serata del Bingo a quest’ora di solito diventa bella alcolica, e a quanto pare le vecchie glorie ci danno ancora dentro.
Girando a sinistra mi sciolgo i capelli, lascio che i ricci ricadano liberi intorno al viso. Mentre cammino mi metto l’elastico al polso.
Si sta bene, anche se fa ancora un po’ fresco. Da queste parti anche i muri sono impregnati di alcol. Me lo sento nel naso per tutta la notte.
Ci sono rumori in ogni dove, occhi in ogni dove.
Accelero il passo, tutta felice di sparire per un po’ nel buio di un cinema. Di solito non ci vado da sola, ma quando danno un vecchio film degli anni Ottanta come La Casa non c’è nulla che possa fermarmi. Cole ama solo gli effetti speciali e non si fida dei film girati prima del 1995.
Sorrido pensando alle sue fissazioni. Non sa cosa si perde. Gli anni Ottanta erano fantastici. Dieci anni di puro divertimento. Non tutto deve avere un significato profondo.
È una piacevole evasione, soprattutto questa sera.
Svolto l’angolo e vado verso la biglietteria ma mi accorgo di essere un po’ in anticipo. Fantastico! Odio perdermi i trailer.
«Un biglietto, per favore», dico alla cassa.
Tiro fuoi dal portafoglio la mazzetta delle mance che ho guadagnato stasera e pago i sette dollari e cinquanta del biglietto. Non posso permettermi di sperperare, con l’affitto che scade a giorni e la pila di bollette sul tavolo per cui né io né Cole abbiamo messo ancora insieme i soldi: dovrei tagliare i vizi, ma non saranno certo sette dollari a mandarmi sul lastrico.
E poi è il mio compleanno…

 

Penelope Douglas

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