Il bosco ricorda il tuo nome

Il bosco ricorda il tuo nome

di Alaitz Leceaga

 

660 pagine

14 – 16ore di lettura
180,000parole in totale

 

La nostra opinione.

Lo abbiamo letto in due, in una lettura separata ma simultanea, e siamo rimaste deluse. La storia inizia bene, benissimo, e poi si perde, sia come trama che come significato dei personaggi. La Storia inizia in Spagna, poi si sposta in Inghilterra, poi ritorna in Spagna, poi si sposta in California e, infine, ritorna ancora una volta in Spagna. Durante le varie sequenze, Estrella risolve i problemi con l’aiuto dei suoi poteri, e poi ritorna quella di prima. Lo spettro della sorella, uccisa anche per sua colpa, da metà libro in poi scompare, o quasi. Il finale ci ha lasciate abbastanza deluse, anche se, ripensandoci, forse è il confine che segna un possibile vero cambiamento per la protagonista.
Questa, ovviamente, è solo la nostra opinione. Vi lasciamo in compagnia della prsentazione e di altre voci che hanno valutato il romanzo in ben altro modo.

 

«Erano anni che aspettavamo una scrittrice come Alaitz Leceaga. Leggetela quanto prima.»
El Mundo

«L’esordio letterario dell’anno.»
El Correo

«Un romanzo che parla di donne forti e indipendenti destinato a diventare un caso editoriale.»
El Periódico

«Alaitz Leceaga è l’autrice del momento. Ricordatevi il suo nome, ne sentiremo parlare a lungo.»
Cosmopolitan

 

Una dimora ai confini del tempo.
Due sorelle legate da un destino comune.
Tre generazioni di donne con un dono straordinario.

 

SINOSSI

Su un’imponente scogliera si erge Villa Soledad, immersa in un fitto bosco di alberi secolari, capaci di custodire qualsiasi segreto nel silenzio del tempo. Quel bosco è il regno delle sorelle Alma ed Estrella. A prima vista non potrebbero essere più diverse: pacata e discreta, l’una, decisa e ribelle, l’altra. Eppure sono accomunate dalla stessa eccezionale sensibilità. Perché dalla nonna hanno ereditato un dono straordinario: conoscono cose che nessun altro conosce e sanno esattamente quando sboccerà il primo fiore di primavera. La loro affinità è unica. Il loro legame necessario e imprescindibile. Fino al giorno in cui tra le due si insinua l’affascinante Tomás, e niente è più lo stesso. Il giovane ammalia il cuore di Alma ed Estrella, e diventa motivo di contesa tra le sorelle, che si accorgono di come il loro legame si stia affievolendo ogni istante di più. Quando un terribile incidente colpisce Alma, e con lei anche il resto della famiglia, Estrella è costretta a fuggire da Villa Soledad e a lasciarsi alle spalle l’unica vita che abbia mai conosciuto. Ma per lei è impossibile ricominciare altrove. Lontano dalle proprie radici. Lontano dal luogo in cui non ha paura di essere sé stessa. Per questo ha bisogno di tornare là, in quel bosco che da sempre chiama casa. Solo quegli alberi, con la loro voce che Estrella sa capire e interpretare alla perfezione, possono guidarla a scoprire una verità che finora le è stata negata.

 

Ovunque e sempre, l’ombra che ci trotterella dietro va indubbiamente a quattro zampe.

Donne che corrono coi lupi (Clarissa Pinkola Estés)

 

UN ESTRATTO

 

IL FILO INVISIBILE

Quando sentii il fuoco per la prima volta, avevo undici anni. Accadde lo stesso pomeriggio in cui nonna Soledad saltò dalla scogliera dietro la nostra casa. Mia sorella Alma riusciva a parlare con i morti già prima che le gelide acque del Cantabrico inghiottissero per sempre la nonna, ma a me toccò aspettare fino a quel pomeriggio.
Io e Alma eravamo andate a esplorare il bosco che cresceva di fronte alla villa, come facevamo sempre quando le giornate, dopo l’interminabile inverno, tornavano a essere più luminose e limpide. Nonostante conoscessimo quasi a memoria ogni quercia secolare, ogni radice che fuoriusciva dal tappeto di foglie secche e le buche lasciate dai cinghiali nella terra umida, tutti i pomeriggi, dopo il riposino che nostra madre ci obbligava a fare, sgattaiolavamo via dalla tenuta e, tenendoci per mano, andavamo a perderci nel bosco fino all’imbrunire.
«Stai sanguinando, Estrella», mi disse Alma, senza voltarsi a guardarmi.
La notte in cui venni al mondo, il cielo fu attraversato da una cometa che si lasciava dietro una scia di fuoco, ghiaccio e frammenti di stelle. E fu proprio «stella» il nome che mia madre scelse per me: Estrella.
«Stai attenta», aggiunse. «Se ti macchi il vestito, la mamma ti sgriderà ancora. Sai benissimo che a lei e a Carmen non piace che giochiamo nel bosco, pensano che non sia appropriato per delle signorine.»
«Ti sbagli, è per i lupi: la mamma e Carmen hanno paura che ci mangino e che di noi rimangano fra i cespugli solo i vestiti fatti a brandelli e le scarpe, tutti macchiati di sangue», risposi, cercando di spaventarla.
«Sì, come è successo alla figlia senza padre della maestra del paese. A quella poveretta non hanno nemmeno potuto dare una sepoltura decente, con quel poco di lei che i lupi avevano lasciato. Un vero peccato», aggiunse poi, in un tono che non mi sembrò per nulla compassionevole.
Come tutti a Basondo, anch’io avevo sentito molte volte quella storia, ma in quel momento, pensando alla figlia fatta a pezzi della maestra, un brivido mi corse lungo la schiena.
«Sanguini ancora», disse Alma allegramente.
Mi guardai la mano destra e vidi il taglio sull’indice: una ferita irregolare che scendeva fino alla base dell’unghia.
«Non è nulla, mi sono solo graffiata con un ramo», risposi a denti stretti.
Il sole del pomeriggio ci raggiungeva a fatica attraverso gli alti rami del bosco intrecciati come una cupola vegetale; mi ci volle quindi qualche istante per notare il sangue che mi usciva dal dito e colava lungo la mano: sangue rosso brillante e talmente caldo che sentii una bruciatura invisibile formarsi sottopelle. Non mi ero mai spaventata alla vista del sangue, ma in quel momento mi parve terribile, quasi intollerabile. Mi si chiuse lo stomaco per l’orrore e agitai la mano, per cercare di liberarmi di quel filo rosso vivo che mi scorreva sulla pelle. Qualche goccia cadde a terra e le altre finirono quasi tutte sulla gonna del mio abitino azzurro.
«Ti avevo detto di stare attenta», insistette Alma, proseguendo intorno al tronco di un enorme pino. «E smettila di fare così, hai il muso da quando siamo uscite di casa. Mi annoio. Non sei per niente divertente quando ti arrabbi, Estrella.»
«Non sono arrabbiata. La verità è che a volte sei proprio insopportabile», borbottai.
«Insopportabile? Ma se io sono Alma la Santa», rispose con una vocina esageratamente affettuosa.
A Basondo tutti conoscevano il segreto della presunta «santità» di mia sorella. I vicini credevano che fosse una specie di eletta in grado di metterli in contatto con i loro cari nell’aldilà.
«La mamma non verrà mai a sapere che siamo state nel bosco, se tu non glielo dici», risposi, guardando le gocce di sangue traditrici che punteggiavano la gonna. «Darò il vestito a Carmen e glielo farò lavare. Lei sì che manterrà il segreto, non come te.»
Alma si voltò a guardarmi: quando eravamo nel nostro bosco, i suoi occhi gialli sembravano sempre più brillanti.
«Anch’io manterrò il segreto, sciocca.»
Mia sorella passava ore e ore persa nel suo mondo, con lo sguardo fisso verso un angolo vuoto della casa. A me non importava, perché era la mia gemella e io sapevo sempre a che cosa stava pensando, sempre, a eccezione di quando assumeva quell’espressione stregata. Avevamo sei anni quando mi confessò di vedere nella nostra casa delle persone che «non esistevano più». Fantasmi. Mi raccontò che alcuni parlavano, oppure piangevano in silenzio, nelle stanze vuote e nei lunghi corridoi di Villa Soledad.
«Hai visto spettri, ultimamente?» le chiesi, facendo finta di non essere particolarmente interessata alla risposta.
Alma schivò una radice nodosa che spuntava da terra. La prima volta che andammo lì mia sorella cadde sul tappeto di foglie secche proprio perché quella stessa radice le si era aggrovigliata intorno ai piedi. Nel cadere si procurò un taglio sulla fronte, ma raccontò alla mamma che ero stata io a spingerla, mentre giocavamo nel giardino laterale della tenuta. Passai due settimane in castigo per colpa sua.
«Ti assicuro che parlare con i morti non è bello come sembra», rispose, quando ormai eravamo quasi arrivate alla nostra radura segreta. «Carmen dice che stare sempre in compagnia dei morti è di malaugurio e la mamma… be’, la mamma non mi permette di parlare di fantasmi e quindi ho solo te per sfogarmi.»
Mi scostai dal viso una ciocca di capelli neri. Nonostante il freddo che permeava l’aria del bosco, i capelli mi si appiccicavano alla fronte per il sudore della camminata.
«Comunque non m’importa, dimentica che te l’ho chiesto», risposi sdegnosa. «E poi nemmeno ci credo che li vedi per davvero. Sei solo una bugiarda a cui piace fare finta di essere speciale per prendere in giro tutti.»
Ero gelosa delle cose che mia sorella poteva fare e io no. E lei ce la metteva tutta perché fosse così. Eppure certe notti nella camera che condividevamo, quando credeva che io stessi già dormendo, la sentivo sussurrare: Alma intratteneva lunghe e misteriose conversazioni con persone che non erano lì con noi, oppure si metteva a ridere piano; a volte capitava anche che piangesse con la faccia affondata nel cuscino, a seconda del fantasma che quella notte era venuto a trovarci.
«Non essere gelosa, Estrella.»
«Non sono per niente gelosa, grazie tante», mentii. «Puoi ingannare gli altri facendo finta di essere speciale o di poter parlare con i morti, ma io sono tua sorella e so perfettamente come stanno le cose in realtà: tu sei identica a me.»
Alma accarezzò l’edera che saliva lungo il tronco dell’ultima quercia. Dei fiorellini azzurri vi crescevano in mezzo come una collana di perle.
«Sì, siamo gemelle, però non siamo identiche. Tu hai un occhio di un colore e uno di un altro: uno verde e l’altro giallo», mi ricordò. «Io ce li ho tutti e due gialli.»
«Sono solo dettagli. Siamo identiche in tutto ciò che conta.»
Eravamo quasi arrivate alla radura, lo sapevo perché avevo riconosciuto i faggi ritorti che ci eravamo lasciate alle spalle e le felci dalle foglie grandi e lucide. Dal punto in cui ci trovavamo sentivo già l’acqua del ruscello scorrere rapida. Dopo essere passate in mezzo ai quattro pini alti come torri di avvistamento, che svettavano formando una linea quasi retta, vidi il prato di fiori selvatici ed erba alta. Lì sì che arrivava la luce del sole, dello stesso colore dorato e brillante degli occhi di Alma, e l’aria profumava di fiori freschi ed erba mai tagliata. Alcuni soffioni di dente di leone fluttuavano fra i raggi del sole pomeridiano e si perdevano sull’altra sponda del ruscello, tornando nel bosco scuro.
«Se i morti ti fanno tanta paura, perché non lo racconti a padre Dávila? Magari con un paio di padrenostro e qualche preghiera ti cura e la smetti di vedere i fantasmi», le dissi in malo modo.
«Confessare tutto? Non mi crederebbero, o peggio ancora: mi crederebbero e mi brucerebbero sul rogo come una strega», piagnucolò Alma, sedendosi a gambe incrociate vicino alla sponda del ruscello. «No, non posso raccontarlo a nessuno.»
Nascose il viso fra le mani, come se stesse singhiozzando, ma io sapevo che stava facendo finta.
«Siamo nel 1927, Alma, nessuno finisce più al rogo per stregoneria», la rassicurai. «E poi Carmen una volta mi ha raccontato che bruciavano solo le donne povere, mentre io e te siamo delle future marchese. Nessuna persona sana di mente si azzarderebbe mai ad accusarci di stregoneria e tanto meno a bruciarci vive sulla piazza del paese.»
Il solo pensiero mi fece ridere, ma Alma mi chiese preoccupata: «Cos’è che ti diverte tanto? Non ti ricordi la storia di Giovanna d’Arco che ci ha raccontato la signorina Lewis? Ho avuto gli incubi per settimane, erano orribili, le fiamme mi divoravano».
Anch’io sognavo il fuoco ma, a differenza di Giovanna d’Arco e di mia sorella, il fuoco che mi avvolgeva in sogno era dentro di me e mi crepitava sottopelle.
«Nessuno ti brucerà, Alma», le dissi, sedendomi per terra accanto a lei. «Si sa che tu sei la sorella buona, quindi se una di noi si consumerà tra le fiamme, quella sarò io.»
Alma sorrise e mi parve stranamente sollevata da quel mio commento. Mi resi conto allora che anche lei, come tutti gli altri, pensava che io fossi la sorella di cui si poteva fare a meno.
«Una volta ho letto in un libro che, quando un gemello muore, per il resto dei suoi giorni l’altro si sente come se gli mancasse un braccio, o una gamba, o un occhio», iniziai a dire. «Te lo immagini? Passare tutta la vita come se ti mancasse una parte del corpo? Io non voglio certo provare una cosa del genere solo perché tu sei stata così stupida da raccontare al prete che vedi i morti.»
«Era una tua idea», mi ricordò Alma, cogliendo un fiore selvatico azzurro che spuntava accanto alle sue scarpette di vernice. Se lo posò immediatamente sul palmo della mano. «E quindi se mi ammazzano la colpa sarà tua.»
Un brivido mi corse lungo la schiena, ma non aveva nulla a che fare con il freddo che saliva dalla terra spugnosa e umida sotto di me. No. C’era un che di oscuro nelle parole di Alma: una premonizione, una sinistra promessa fra sorelle. Se mi ammazzano la colpa sarà tua.
Fissai il fiore azzurro e per un attimo mi sembrò che cominciasse a muoversi. Inizialmente pensai che fosse il vento del nord che aveva attraversato il bosco per cercarci, lo stesso vento gelato che soffiava dal mare, risalendo la scogliera, e penetrava dalle finestre di camera nostra nelle notti in cui i morti ci venivano a trovare. Ma non era il vento. Sentii un formicolio sotto la pelle, un calore febbrile, che mi nasceva al centro del petto e correva rapido lungo le vene come un veleno caldo; in quel momento il fiore iniziò a girare sullo stelo, con la stessa delicatezza di una ballerina che fa le piroette nel suo carillon.
«Lo stai facendo muovere tu, Alma?» le chiesi con la bocca secca. «Sei tu?»
Alma era già speciale, non era giusto che avesse anche il potere di muovere il fiore.
«No. Credo che sia tu, Estrella», sussurrò, guardando il fiore che le danzava sulla mano.
Girava sempre più veloce e fluttuava nell’aria del pomeriggio, sospeso a qualche centimetro dal palmo della mano di Alma.
«Non ti credo, sei tu, lo stai facendo per prendermi in giro. Smettila!» gridai e il fiore girò ancora più rapidamente. «Smettila ho detto!»
Più mi arrabbiavo e più velocemente il fiore girava. Seguii il formicolio bruciante che mi correva sottopelle, simile a una scarica elettrica, fino a raggiungere il palmo della mano, come una lente di ingrandimento che concentra tutto il calore in un solo punto.
«Sei tu, stai facendo una magia, Estrella.»
«Non sono io, è il fuoco.»

 

 

 A pochi giorni dall’uscita in Spagna, Il bosco ricorda il tuo nome è diventato un fenomeno del passaparola e si è aggiudicato i primi posti di tutte le classifiche nazionali, vendendo migliaia di copie. Definito dalla stampa internazionale più autorevole una grande saga familiare nonché uno dei libri più attesi dell’anno, ha messo d’accordo pubblico e critica. Un romanzo potente su una donna pronta a sfidare senza timore pericoli e convenzioni sociali per difendere un’eredità che appartiene alla sua famiglia da generazioni. Un inno all’indipendenza femminile che non ha confini e sa farsi portavoce e simbolo di libertà.

 

L’AUTRICE

Alaitz Leceaga è nata a Bilbao. Appassionata lettrice di romanzi vittoriani, thriller e saghe familiari ha cominciato la sua carriera di autrice scrivendo brevi racconti che hanno ottenuto grande successo in rete. Il bosco ricorda il tuo nome segna il suo atteso esordio nella narrativa.

Precedente Chicago Successivo Biblioterapia, con Marco della Valle