In vetta al mondo

In vetta al mondo

Roberta Melli

Editore Leone
Pagine della versione a stampa: 249 p.

EAN: 9788863938043

  • Gialli, thriller, horror
  • Thriller e suspence
  • Thriller

Prologo

Itaparica, Brasile, 15 dicembre 1997

 

La donna stava guardando l’ampolla di vetro appoggiata sul piedistallo, lambita dalla fiamma di un becco di Bunsen. La polvere all’interno si stava sciogliendo lentamente trasformandosi in un denso liquido lattiginoso.
Con occhi vigili e mani flessuose, la donna girava a intervalli regolari la boccetta aiutandosi con una pinza d’acciaio; aveva eseguito quel lavoro talmente tante volte da non ricordare nemmeno più il momento in cui tutto quello schifo era iniziato, ma non per questo aveva mai diminuito l’attenzione dovuta nei delicati passaggi che la reazione di purificazione della cocaina richiedeva.
Chissà perché, poi, pensò, mentre con l’aiuto di una pinza di legno toglieva l’ampolla dalla fiamma e rovesciava il liquido in un becher che conteneva il reagente, non perdendo comunque mai d’occhio il fuoco che ardeva vivace dentro alla piccola fornace sulla parete nord della baracca.
Sopra il lungo tavolo da lavoro in acciaio, si trovava, in apparente disordine, tutto quanto le occorreva per completare in tempo il processo di raffinazione prima che i soldati venissero a prelevare la preziosa polvere bianca.
Il becher era stato poggiato sull’agitatore e lo sguardo scrupoloso della chimica era attento, mentre aspettava che la frazione liquida chiara si separasse dal resto, per poter mettere poi il tutto in essiccatoio prima che la trasformazione cominciasse a dare origine al prodotto di scarto.
Un rumore leggero, quasi uno scricchiolio, la distrasse in quel momento delicato e d’istinto si girò a guardare chi fosse entrato dalla porta spalancata.
«Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato!» disse mentre si alzava lentamente dallo sgabello e sospirava con rassegnazione, nel tentativo di guadagnare qualche secondo. Ostentando una calma che in realtà non aveva, cercò, senza movimenti frettolosi, la preziosa pillola nel taschino del camice che aveva cucito apposta per contenerla. «Vedo che tutti quegli anni di galera si sono fatti sentire. No, Zadoque?»
Non si aspettava di certo una risposta da quell’energumeno privo di espressione e di qualsivoglia sentimento, anzi, era quasi certa di non averne mai sentito la voce, neppure al processo. Intanto aveva finalmente preso tra le dita la pillola e, stupidamente, indugiò un attimo prima di cacciarsela in gola. L’uomo, con un salto agilissimo, le fu subito di fronte, le afferrò la mano chiusa a pugno, la sbatté sul bancone d’acciaio e, brandendo un vecchio e spesso machete, con raccapricciante determinazione la tranciò di netto. Poi lasciò che la donna si accasciasse sul pavimento in una pozza di sangue.
Il dolore acuto le spense per un attimo la mente, ma con incredibile forza di volontà la donna lo cacciò via, sapendo bene che quanto stava per capitarle sarebbe stato molto peggio. Guardò verso la mano amputata che era scivolata a oltre un metro da lei sul tavolo e la vide aperta con la pillola ancora incastrata tra l’indice e il medio, mentre il contenuto del becher aveva preso fuoco e la fiamma si stava espandendo anche ad altre sostanze sparse sul bancone a causa della colluttazione.
Intanto Zadoque si era spostato per lasciar entrare un secondo uomo che pareva apparso dal nulla.
«Quijano… ma guarda che caso… anche tu qui!» disse la donna a fatica, con una voce roca che tradiva l’acuta sofferenza, tirandosi su e spostandosi verso la pillola. Aveva ripreso un parziale controllo e, con piccoli movimenti quasi impercettibili, si stava avvicinando ulteriormente all’arto amputato. L’uomo rimase inespressivo, se non un fugace sguardo di disgusto che non le passò inosservato.
«Sai che della mia vita non m’importa nulla…» aggiunse la donna, sempre per guadagnare attimi preziosi. «Da me non avrai niente, perdi solo tempo.»
«Dammi ciò che è mio e ti taglio la gola, te lo prometto! Altrimenti sarai tu stessa a implorarmi di porre fine alle sofferenze: so come tenerti in vita finché non lo decido io» furono le dure parole dell’uomo.
Subito dopo si girò per richiamare l’attenzione del suo sottoposto, in modo che desse inizio alla vera e propria tortura, sapendo molto bene con chi avesse a che fare.
La donna rapidamente prese la pillola togliendola dalle sue stesse dita e se la mise in bocca.
Quijano, accorgendosi di ciò che aveva fatto, urlò al gigante: «Falle sputare quella pastiglia, subito!». Poi, rivolgendosi a lei con rabbia e con voce carica d’odio, disse: «Lurida, maledetta puttana, non mi fregherai anche stavolta!».
«Fottiti» fu l’unica parola che la donna, percorsa da un brevissimo ma intenso dolore, riuscì a pronunciare prima che una densa schiuma bianca le riempisse la bocca.
Le ultime cose che vide furono le alte lingue di fuoco che si alzavano turbinosamente alle sue spalle e Zadoque che si avventava sul suo corpo brandendo ancora una volta il machete con grande violenza; ma ormai non le importava più nulla.

 

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