L’ULTIMO CONFIDENTE – Il cartello dei balcani

 

L’ULTIMO CONFIDENTE

IL CARTELLO DEI BALCANI

 

Di 

Luca Scarpetta e Giancarlo Rapone

 

  • Copertina flessibile: 289 pagine
  • Editore: A.CAR. (6 dicembre 2017)
  • Collana: Brividi & Emozioni
  • Lingua: Italiano
  • Prezzo: 13,60 euro

 

DOVE TROVARE IL ROMANZO: QUI

 

 

 

 

Nel giorno dei morti del 1993 un sanguinoso assalto ad un portavalori lascia sette cadaveri sull’asfalto dell’autostrada A8 Milano-Varese, mentre i banditi fuggono con un bottino di dieci miliardi di lire e svaniscono nel nulla.

È l’inizio di una reazione a catena che sguinzaglia sulle tracce dei criminali l’agente del Ros Eddy Martinez, sospeso dal servizio a tempo indeterminato, il colonnello Andrea Hueller, che del Ros punta a diventare generale, ma anche il capobastuni della ‘ndrangheta di Milano Saverio Lanave, impegnato in una difficile trattativa con i siciliani per stipulare una pace per la gestione del mercato della droga milanese.

Ma sulle tracce del boss c’è il Reparto Operativo Anti Droga dei Carabinieri, il Road degli infiltrati Mario e Paul, che si troveranno coinvolti in un’indagine che, loro malgrado, confluirà in quella dell’assalto al portavalori e che li porterà sulla vecchia Rotta dei Balcani dell’eroina afghana, dei potentissimi narcotrafficanti slavi e dei corrieri turchi, nella Jugoslavia divorata dalle fiamme della guerra. E per affrontare il Cartello dei Balcani, incastrare i banditi della A8 e tenere testa al Ros di Hueller e Martinez, Mario e Paul avranno ben presto bisogno di Karim Balta, un confidente turco cresciuto tra i corrieri di eroina di Gaziantep.

Ispirato ad alcune operazioni antidroga e a fatti realmente accaduti, Il Cartello dei Balcani è un romanzo noir, in cui il confine tra criminalità e giustizia si fa sempre più sottile.

 

[Autostrada A8 Milano-Varese, 2/11/1993]

L’odore del sangue resta appiccicato addosso.

Non ci si abitua mai.

Nonostante i troppi cadaveri, i morti ammazzati, uno dopo l’altro.

Perché non è soltanto sangue.

È anche merda e piscio, è carne umana bruciata, è un corpo in putrefazione, è odore di ossa frantumate, è fetore rancido di viscere ed interiora.

È l’essenza stessa della morte.

In un vicolo buio, in mezzo ad un campo di sterpi, alla periferia di qualche metropoli.

Lungo un’autostrada.

Osservò la carreggiata: del tir non restava quasi più nulla.

L’abitacolo era uno scheletro grigio, collassato su se stesso.

Lamiere accartocciate e rottami fusi.

Odore acre di gomma e plastica.

E polvere da sparo.

Il container era completamente sventrato, il suo contenuto polverizzato nel rogo.

Intorno, gli agenti si muovevano al rallenty, le sirene gridavano ad intermittenza, le luci blu provengono da sfere stroboscopiche.

Le conseguenze delle amfetamine.

Troppe.

Eddy restò immobile sull’asfalto: il volto quasi bruciato dal calore delle fiamme, perle di sudore sulle tempie, con il freddo ad insinuarsi tra il collo e la schiena.

Intorno a lui un caos annebbiato dal Jack Daniel’s.

C’era già tutto il circo: carabinieri, volanti, Squadra Mobile, polizia stradale, vigili del fuoco, infermieri, medici.

Perfino la Scientifica.

Era arrivato per ultimo.

Contò: almeno sette-otto tra ambulanze e auto mediche, luci blu distribuite su di un tratto lungo certamente oltre un chilometro; altrettanti mezzi dei vigili del fuoco egualmente sparsi sulla carreggiata fino all’orizzonte, fino ai piedi della seconda coltre di fumo, che lampeggiava di rosso fuoco e lingue arancioni; auto dei carabinieri praticamente ovunque.

Aveva visto il fumo a più di due chilometri di distanza, sulla tangenziale, mentre schiacciava l’acceleratore fino in fondo per raggiungere il punto dell’assalto, tra auto quasi ferme.

Obiettivo: la corsia d’emergenza.

Più che una ginkana, una roulette russa.

La sua Golf si era divincolata dalla morsa dell’ingorgo per poi puntare la Milano-Laghi: un altro muro di auto immobili e stop accesi, subito dopo avere imboccato lo svincolo.

All’orizzonte una nube gonfia di rabbia, che si allargava come un cancro nero soffocando le luci dell’autostrada, in un cielo già in trepida attesa della notte.

Aveva proceduto a passo d’uomo per qualche metro, poi Eddy aveva iniziato ad agitare la paletta fuori dal finestrino in un concerto di sirene, mentre la bassa frequenza gracchiava senza sosta coordinate e aggiornamenti.

Eddy era riuscito ad infilarsi tra le due colonne di auto ferme, ad uscire dallo svincolo e ad imboccare la corsia d’emergenza della A8, percorrendola a tutta velocità in direzione Varese.

E mentre si avvicinava, ecco la seconda coltre di fumo, più vigorosa, più viva, ma più lontana.

Una scena da cinema.

Sulla carreggiata, la carcassa dell’autoarticolato ingoiato dalle fiamme, di traverso, tra i caselli di Milano Nord e Lainate.

Abbastanza da impedire il passaggio a qualunque altro veicolo.

Osservò.

Bossoli luccicavano sull’asfalto.

Decine e decine di colpi di mitra e di kalashnikov.

Davanti alle fiamme che masticavano il secondo rimorchio dell’autoarticolato, un cadavere abbandonato sotto un lenzuolo zuppo di sangue.

Era prono, i palmi delle mani sulla strada, con la testa rivolta in direzione opposta a quella di marcia.

Conclusione ovvia: l’uomo era saltato fuori dal tir e poi aveva cercato di mettersi in salvo correndo contromano.

I colpi gli avevano crivellato la schiena, tra i fari delle auto in lontananza, gli uomini incappucciati con i kalashnikov e un orizzonte di cavalcavia, lampioni e autogrill.

Poi era rimasto a terra, con il sapore di asfalto in bocca, in attesa di morire asfissiato dal suo stesso sangue.

Eddy passò oltre, l’autista era soltanto un effetto collaterale.

Camminò svelto, inseguito da fantasmi che sussurravano nel vento.

Dopotutto era il giorno dei morti.

Anche i suoi.

Spettri che prendono forma tra i cadaveri.

I suoi spettri.

La voce di lei:

Riportami in vita.

Quanti morti? A due passi da lui eccone uno; più avanti a qualche centinaio di metri, almeno altri due.

E poi? Quanti ancora?

Svegliami.

Si incamminò tra divise e scafandri.

Salvami.

Jack Daniel’s e amfetamine.

Invoca il mio nome e salvami dalle tenebre.

Il tuo nome.

 

Perché leggere il romanzo? 

Esploriamolo assieme agli autori!

  • Quando hai progettato questa storia?

È nata dall’incontro con Giancarlo Rapone, comandante della stazione dei Carabinieri di Muggiò, che tra gli anni ’80 e gli anni ’90 è stato un agente sotto copertura del Reparto Operativo Anti Droga dell’Arma. Nel 2012, incontrandoci per caso durante un’occasione istituzionale, mi chiese a bruciapelo se volessi scrivere un libro con lui sul tema dei confidenti: per sei mesi mi ha raccontato della sua vita di infiltrato, dei narcos che aveva incontrato, dei confidenti che lo avevano aiutato a portare a termine operazioni, culminate con sequestri di decine e decine di chili di droga. In questa fase il mio lavoro di giornalista è stato molto utile, perché mi ha permesso, di volta in volta, di scavare in profondità ed entrare in un mondo che viaggia con logiche completamente diverse dalla quotidianità di ognuno di noi. Il materiale, poi, era talmente ampio che con l’aggiunta di qualche altra operazione, è nato “Il Cartello dei Balcani”.

  • Sei stato ispirato da qualche lettura, vecchia o recente? Hai qualche modello di riferimento, per scrivere i tuoi romanzi?

Per scrivere noir, penso che sia imprescindibile partire da James Ellroy, Elmore Leonard, Don Winslow, Andrea G.Pinketts, mentre dal punto di vista stilistico un modello di riferimento resta Bret Easton Ellis, che pur non è uno scrittore di polizieschi. Mi piace il loro stile, crudo, minimale, asciutto, politicamente scorretto, capace di scavare ed insinuarsi tra i meandri più bui dell’animo umano.

  • L’ambientazione è reale o di fantasia?

E’ naturalmente un’ambientazione reale: “Il Cartello dei Balcani” si snoda tra una Milano nera e violenta, contesa tra calabresi e siciliani per il controllo del traffico di droga, e l’area balcanica che fa capo a Veliki Trnovac, nota come la “Medellin dei Balcani”, un insieme di cittadine agli estremi confini della Serbia, in quel Kosovo abitato per la maggioranza da popolazione albanese, durante il periodo delle guerre regionali nell’ex Jugoslavia, più precisamente nel 1993. Ma la storia tocca anche Roma e la barriera doganale di Fernetti a Trieste, oltre che ad arrivare fino a Lubiana e Tirana.

  • Parlaci dei personaggi e definiscili brevemente con qualche aggettivo. Qualcosa che li renda irresistibili, agli occhi del lettore.

Tra agenti undercover, narcotrafficanti e confidenti, sono molti i personaggi che popolano questo romanzo: il protagonista Edoardo Martinez, detto “Eddy”, agente del Ros sospeso dal servizio, tormentato, malinconico e quantomeno ambiguo; il colonnello Andrea Hueller invece è un uomo ambizioso, spregiudicato, di educazione austro-ungarica e ferrea logica latina; inoltre ci sono il serbo Darko Rajkovic, confidente e assassino, che gioca contemporaneamente su più tavoli, e Lorik Gashi, il feroce dogo albanese, capo del Cartello dei Balcani; poi ecco il turco Karim Balta, fin troppo audace confidente del Road di Mario e Paul, infiltrati integerrimi e dediti all’Arma, e poi Saverio “Xavi” Lanave, capobastuni della ‘ndrangheta milanese, avido di potere e di denaro. Infine non poteva mancare una figura femminile, Marika, una prostituta d’alto bordo, sofisticata, saggia, temprata dalla vita ma capace di insospettabile dolcezza.

  • Che cosa desideri comunicare al lettore, con questo romanzo? C’è un significato nascosto, sotto la trama?

I narcos non sono solo Escobar o il Cartello di Cali, e il narcotraffico non è solo cocaina: ne esiste uno altrettanto feroce, a pochi chilometri da noi, sul quale né Hollywood, né nessun altro, ha mai acceso i riflettori. Con il loro traffico di eroina, gli albanesi, i serbi e i turchi sono spietati quanto gli uomini del Cartello di Medellin, mentre i legami che si intrecciano tra narcos dei Balcani con agenti dei servizi di intelligence o con membri dell’esercito locali sono inquietanti tanto quanto i rapporti dei colombiani con i Los Pepes o le FARC. Senza dimenticare il ruolo quantomeno ambiguo di certi ufficiali delle nostre forze di polizia, che camminano sul filo del rasoio tra criminalità e giustizia. Ispirato ad alcune operazioni antidroga e a fatti realmente accaduti, “Il Cartello dei Balcani” è un romanzo noir, in cui questo confine si fa sempre più sottile, nel solco de “L’ultimo confidente” (Acar, 2015), dove l’obiettivo era invece quello di mettere in risalto in modo particolare il lato più umano dei confidenti, che sono personaggi borderline, sospesi sul filo tra bene e male, tra la vita e la morte, ma che sono soprattutto uomini maledetti, dannati, soli, senza famiglia e senza patria.

 

Luca Scarpetta (1979), laureato in Lettere Moderne, giornalista e scrittore, ha pubblicato sei romanzi, tutti per Acar edizioni: Miserere, la strage degli innocenti (2006), Maschere in Ade (2008), Il mercante in fiera (2008), Epos (2011), L’ultimo confidente (2015) e Il Cartello dei Balcani, gli ultimi due scritti insieme a Giancarlo Rapone (1962), che per undici anni è stato un agente infiltrato del Road, il Reparto Operativo Antidroga dell’Arma dei Carabinieri, e ha militato in prima linea nella guerra contro il narcotraffico internazionale.

 

http://www.lucascarpetta.com

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