Oltre l’inverno

Oltre l’inverno

Isabel Allende

Traduttore: Elena Liverani
Editore:Feltrinelli

Pagine della versione a stampa: 297 p.
EAN:9788858829981

SINOSSI
Lucía, cilena espatriata in Canada negli anni del brutale insediamento di Pinochet, ha una storia segnata da profonde cicatrici: la sparizione del fratello all’inizio del regime, un matrimonio fallito, una battaglia contro il cancro, ma ha anche una figlia indipendente e vitale e molta voglia di lasciarsi alle spalle l’inverno. E quando arriva a Brooklyn per un semestre come visiting professor si predispone con saggezza a godere della vita. Richard è un professore universitario spigoloso e appartato. Anche a lui la vita ha lasciato profonde ferite, inutilmente annegate nell’alcol e ora lenite solo dal ferreo autocontrollo con cui gestisce la sua solitudine; la morte di due figli e il suicidio della moglie l’hanno anestetizzato, ma la scossa che gli darà la fresca e spontanea vitalità di Lucía restituirà un senso alla sua esistenza. La giovanissima Evelyn è dovuta fuggire dal Guatemala dove era diventata l’obiettivo di pericolose gang criminali. Arrivata avventurosamente negli Stati Uniti, trova impiego presso una facoltosa famiglia dagli equilibri particolarmente violenti: un figlio disabile rifiutato dal padre, una madre vittima di abusi da parte del marito e alcolizzata, un padre coinvolto in loschi traffici. Un incidente d’auto e il ritrovamento di un cadavere nel bagagliaio della macchina che saranno costretti a far sparire uniranno i destini dei tre protagonisti per alcuni lunghi giorni in cui si scatena una memorabile tempesta di neve che li terrà sotto assedio.

Imparavo finalmente, nel cuore dell’inverno,
che c’era in me un’invincibile estate…
Albert Camus, Ritorno a Tipasa, 1952

 

Lucía

Brooklyn

Verso la fine del dicembre 2015 l’inverno si faceva ancora attendere. Arrivò Natale, con le sue fastidiose campanelle, e la gente era ancora in giro in maniche corte e sandali, chi riconoscente alle stagioni per una simile svista, chi preoccupato dal riscaldamento globale, mentre dalle finestre si affacciavano alberi artificiali spruzzati di brina argentata che mandavano in confusione scoiattoli e uccelli. Tre settimane dopo Capodanno, quando ormai nessuno pensava più al ritardo del calendario, la natura si svegliò all’improvviso scrollandosi di dosso la sonnolenza autunnale e scaricando la più violenta tempesta di neve a memoria d’uomo.
In un piano interrato di Prospect Heights, un tugurio di cemento e mattoni, con un mucchio di neve all’ingresso, Lucía Maraz imprecava per il freddo. Aveva il carattere stoico della gente del suo paese: era abituata a terremoti, inondazioni, tsunami occasionali e cataclismi politici; se in un arco di tempo ragionevole non si verificava nessuna disgrazia, si preoccupava. Ciononostante, nulla l’aveva preparata a quell’inverno siberiano arrivato a Brooklyn per errore. Le tempeste cilene si limitano alla Cordigliera delle Ande e al profondo Sud, nella Terra del Fuoco, là dove il continente si sgrana in isole lacerate dal vento australe, il gelo spezza le ossa e la vita è dura. Lucía era di Santiago, città immeritatamente nota per il suo clima mite, dove l’inverno è umido e freddo, e l’estate secca e torrida. Santiago è incassata tra montagne violacee, che a volte si risvegliano innevate; allora la luce più pura del mondo si riflette su quelle vette di accecante bianchezza. Molto raramente sulla città cade un pulviscolo triste e pallido, come cenere, che subito si trasforma in una fanghiglia sporca che non riesce a imbiancare le strade. La neve è sempre immacolata, ma da lontano.
Nel suo bugigattolo di Brooklyn, un metro sotto il livello della strada e mal riscaldato, la neve era un incubo. I vetri brinati impedivano il passaggio della luce dalle piccole finestre e all’interno regnava una penombra mitigata a malapena dalle lampadine che pendevano spoglie dal soffitto. L’alloggio era dotato solo dell’essenziale, un miscuglio di mobili sgangherati di seconda o terza mano e poche stoviglie. Il proprietario, Richard Bowmaster, non era interessato all’arredamento di interni né alle comodità.
La tempesta preannunciò il suo arrivo il venerdì con una fitta nevicata e forti raffiche di vento che spazzarono a frustate le strade praticamente deserte. Gli alberi si incurvavano e il temporale decretò la fine di quegli uccelli che si erano dimenticati di emigrare o di mettersi al riparo, ingannati dal tepore inconsueto del mese precedente. Finita la tormenta, i camion della spazzatura si portarono via sacchi di passeri congelati. I misteriosi pappagalli del cimitero di Brooklyn, invece, sopravvissero al forte vento, come fu evidente tre giorni dopo, quando riapparvero incolumi a becchettare tra le tombe. Dal giovedì i cronisti televisivi, con l’espressione funebre e il tono emozionato di rigore riservato alle notizie di atti terroristici in paesi remoti, avevano previsto la bufera per il giorno successivo e disastri nel fine settimana. A New York fu dichiarato lo stato d’emergenza e il preside della facoltà in cui lavorava Lucía, dando seguito all’avviso, ordinò la sospensione delle lezioni. Per lei sarebbe comunque stata un’impresa arrivare a Manhattan.
Approfittando dell’inattesa libertà di quel giorno, preparò una cazuela levantamuertos, un piatto cileno che per l’appunto risolleva lo spirito dalle disgrazie e il corpo dalle malattie. Da quando era arrivata negli Stati Uniti, più di quattro mesi prima, Lucía mangiava nella caffetteria dell’università e non aveva avuto animo di cucinare se non in un paio di occasioni in cui l’aveva fatto spinta dalla nostalgia o per festeggiare una nuova amicizia. Per quella cazuela autentica preparò un brodo sostanzioso e saporito, mise a friggere cipolle e carne, fece cuocere separatamente verdure, patate e zucca e alla fine aggiunse il riso. Usò tutte le pentole a disposizione e alla fine quella spartana cucina sembrava reduce da un bombardamento, ma il risultato la ripagò ampiamente e dissipò la sensazione di solitudine che l’aveva assalita quando aveva iniziato a spirare il forte vento. Quella solitudine, che arrivava senza preavviso, come un’infida visitatrice, rimase relegata nell’anfratto più remoto del suo cuore.
Nel corso di quella sera, mentre fuori il vento ruggiva trascinando mulinelli di neve e intrufolandosi insolente negli spiragli, sperimentò la viscerale paura dell’infanzia. Sapeva di essere al sicuro nella sua grotta; il suo timore per le forze naturali era assurdo, non c’era motivo di disturbare Richard, ma era l’unica persona a cui poteva rivolgersi in simili circostanze, visto che viveva nell’appartamento sopra il suo. Alle nove cedette alla tentazione di sentire una voce e gli telefonò.
“Cosa stai facendo?” gli domandò, tentando di dissimulare l’apprensione.
“Sto suonando il pianoforte. Ti dà fastidio?”
“Non lo sento, l’unica cosa che si sente qui sotto è il fragore da fine del mondo. Ma è normale qui a Brooklyn?”
“Talvolta in inverno fa brutto tempo, Lucía.”
“Ho paura.”
“Di cosa?”
“Paura e basta. Niente di specifico. Immagino che chiederti di venire a farmi un po’ di compagnia potrebbe sembrare stupido. Ho preparato una cazuela, una zuppa cilena.”
“Vegetariana?”
“No. Vabbè, non importa, Richard. Buonanotte.”
“Buonanotte.”
Si fece un goccetto di Pisco e mise la testa sotto il cuscino. Dormì male, svegliandosi ogni mezz’ora sempre con le immagini di un sogno frammentato in cui naufragava in una sostanza densa e acida come lo yogurt.
Il sabato la tempesta aveva proseguito la sua furiosa traiettoria in direzione dell’Atlantico, ma a Brooklyn faceva ancora brutto tempo, freddo e neve; Lucía decise di non uscire perché, anche se gli spazzaneve avevano iniziato a circolare dall’alba, molte strade erano ancora bloccate. Avrebbe avuto molte ore per leggere e per preparare le lezioni della settimana successiva. Al telegiornale vide che la tempesta continuava a seminare distruzione ovunque passasse. Le piaceva la prospettiva della tranquillità, di un buon romanzo e del riposo. A un certo punto sarebbe venuto qualcuno a liberare dalla neve la sua porta. Non sarebbe stato un problema, i ragazzini del quartiere si stavano già offrendo per quel lavoro in cambio di qualche dollaro. Era grata alla sorte. Si rese conto che si sentiva a suo agio nell’inospitale buco di Prospect Heights che, dopotutto, non era così male.
Di pomeriggio, un tantino annoiata dalla reclusione, condivise la zuppa con Marcelo, il chihuahua, e poi si sdraiarono su una rete coperta da un materasso grumoso, sotto una coltre di coperte, a guardare una serie thriller. L’appartamento era ghiacciato e Lucía dovette indossare un berretto di lana e i guanti.
Durante le prime settimane, quando le pesava la decisione di essersene andata dal Cile, dove almeno poteva ridere in spagnolo, si consolava con la certezza che tutto cambia. Qualsiasi disgrazia, il giorno dopo non è che storia antica. A dire il vero, i dubbi non l’avevano assediata a lungo: il lavoro la divertiva, aveva Marcelo, si era fatta degli amici in università, e in tutto il quartiere la gente era gentile e bastava andare tre volte allo stesso bar per essere accolta come un membro della famiglia. L’idea cilena che gli yankee fossero freddi era un pregiudizio. L’unico tutto sommato freddo che le era toccato era Richard Bowmaster, il suo padrone di casa. Be’, peggio per lui.
Richard aveva pagato una miseria quella grande casa di mattoni scuri a Brooklyn, identica a centinaia d’altre nel quartiere, perché l’aveva comprata dal suo migliore amico, un argentino che aveva ereditato all’improvviso una fortuna ed era tornato al suo paese per amministrarla. Alcuni anni dopo, quella stessa casa, diventata solo più sgangherata, valeva più di tre milioni di dollari. L’aveva acquistata poco prima che i giovani professionisti di Manhattan si precipitassero in massa a comprare e ristrutturare quei pittoreschi alloggi, facendo lievitare i prezzi a livelli scandalosi. Prima il quartiere era un territorio di crimini, droga e bande: nessuno osava aggirarsi da quelle parti di notte, ma all’epoca in cui era arrivato Richard era uno dei più ambiti, nonostante la spazzatura ovunque, gli alberi scheletrici e le cianfrusaglie nei cortili. Lucía aveva suggerito per scherzo a Richard di vendere quella reliquia di scale traballanti e porte scardinate per andarsene su un’isola caraibica a invecchiare come un re, ma Richard era un uomo dall’animo cupo, il cui connaturale pessimismo si nutriva dei rigori e delle scomodità di una casa con cinque ampie stanze vuote, tre bagni inutilizzati, un attico sigillato e un primo piano dai soffitti talmente alti che per cambiare le lampadine ci voleva una scala telescopica.
Richard Bowmaster era il referente di Lucía all’Università di New York, dove lei aveva un contratto come visiting professor per sei mesi. Alla scadenza del semestre, la sua vita sarebbe stata un’incognita: si sarebbe dovuta cercare un altro lavoro e un altro luogo dove vivere fin quando non avesse deciso del suo futuro. Prima o poi sarebbe tornata in Cile a finire i suoi giorni, ma mancava ancora parecchio tempo e da quando sua figlia Daniela si era trasferita a Miami, dove studiava biologia marina, probabilmente innamorata e intenzionata a rimanere lì, non c’era nulla che la invogliasse a tornare al suo paese. Pensava di godersi appieno gli anni di salute che le restavano prima che il disfacimento la sconfiggesse. Voleva vivere all’estero, dove le sfide quotidiane le tenevano la mente occupata e il cuore relativamente calmo, perché in Cile la annientava il peso di tutto quello che sapeva della storia di quel paese, delle monotone abitudini e delle scarse opportunità. Lì si sentiva condannata a essere una vecchia sola, braccata da cattivi ricordi inutili, mentre all’estero si potevano presentare sorprese e opportunità.
Aveva accettato di lavorare nel Centro di Studi Latinoamericani e dei Caraibi per allontanarsi un po’ e per essere più vicina a Daniela. E anche, doveva ammetterlo, perché Richard la intrigava. Stava giusto uscendo da una delusione di cuore e aveva pensato che Richard potesse essere una cura, un modo per dimenticare definitivamente Julián, il suo ultimo amore, l’unico che avesse lasciato un segno in lei dopo il divorzio del 2010. Da allora, Lucía aveva constatato che per una donna della sua età gli amanti erano davvero merce rara. Aveva avuto qualche avventura che non valeva nemmeno la pena ricordare fino a quando era riapparso Richard; lo conosceva da più di dieci anni, da quando era ancora sposata, e ne era stata subito attratta, anche se non sapeva spiegare perché. Aveva un carattere opposto al suo e, fatte salve le questioni accademiche, avevano poco in comune. Si erano episodicamente incontrati a dei congressi, avevano passato qualche ora a chiacchierare di lavoro e mantenevano una corrispondenza regolare, senza che lui avesse mai manifestato il benché minimo interesse sentimentale. In un’occasione Lucía aveva lasciato intendere qualcosa, atteggiamento del tutto inusuale in lei, priva della sfacciataggine delle donne civettuole. L’aria pensierosa e la timidezza di Richard erano stati potenti richiami per il suo soggiorno a New York. Immaginava che un uomo del genere dovesse essere profondo e serio, nobile di spirito, un bel trofeo per chi fosse riuscita a superare gli ostacoli che lui disseminava per strada per impedire qualsiasi forma di intimità.

 

L’autrice, Isabel Allende

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