La Rajetta

La Rajetta

Titolo: La Rajetta
Genere: romanzo fantasy liberamente ispirato alle leggende ladine sul Regno dei Fanes
Autrice Adriana Comaschi
Pubblicato da Tabula Fati ottobre 2018
[ISBN-978-88-7475-687-2]
Pag. 168 – € 14,00

Dove trovarlo: http://www.edizionitabulafati.it/adrianacomaschi.htm

Per lei il passare degli anni non aveva alcun significato perché era nata prima del tempo, e sarebbe ancora esistita alla fine dei secoli. La sua forza, il suo splendore, i suoi poteri erano immutabili, eppure qualcosa stava per cambiare.

 

SINOSSI

   Una gemma fulgida e di ineguagliabile bellezza ci riporta indietro nel tempo, quando cruente battaglie sui monti delle Dolomiti segnarono la nascita delle genti Ladine. Fissata sull’elmo della fiera Dolasila, segno del suo valore in battaglia, la Rajetta ne segue il percorso sugli altipiani in cui la giovane muove i primi passi di guerriera e dove cerca dapprima una realizzazione diversa per il suo destino di donna: tscheduya e non solo regina, come invece lo è stata la fondatrice della sua stirpe, Moltina, o come lo è sua madre, Moltara, salvo poi il rimpiangere e pagare amaramente la sua scelta.
Un romanzo che vagheggia anche le brevi ma cruente lotte tra le leggendarie tribù ladine — Cajutes, Catubrenes, Landrines, Peleghetes Duranni, Lastojeres, Bedojeres e Fanes — per il possesso di una terra feconda, di un corso d’acqua, di un bosco ricco di legna, elementi essenziali nella povera economia di quelle sterili rocce, mentre già a sud, nella più fertile pianura, cominciava ad affermarsi la cultura e la civiltà di un nuovo popolo, i Paleoveneti. L’invenzione si intreccia con quel poco di storia conosciuta e che diventa facilmente leggenda. Resta il racconto di costumi lontani nel tempo, di battaglie combattute in nome dell’amore e della terra; resta l’orgoglio, che con il tempo non cambia; resta il ricordo di Dolasila e Ey de Net. Restano le montagne che tutto questo hanno visto e non lo possono raccontare a chi non ha la capacità di immaginare.

 

ESTRATTO

Da  decine e decine di millenni giaceva là. Frammento di cielo, era precipitata nelle calde profondità di un oceano che ormai non era più, e per millenni le onde l’avevano cullata, levigandola, senza poter scalfire la sua essenza più profonda; poi  il lento sollevamento del letto ove posava e, mentre tutto attorno a lei si disfaceva, trasformandosi in polvere e detriti, il gelo intatto delle nuove vette emerse assieme a lei.
Sopra di lei di nuovo la volta azzurra di un cielo sconfinato, e lo splendore di astri sconosciuti.
Ancora erano passate ere ed ere, il mondo era più volte mutato, le stelle sopra di lei erano morte e altre erano apparse, ma sempre la loro luce aveva aumentato la sua forza, rendendola uno strumento di incredibile potenza.
Scheggia di un potere ultraterreno rinchiuso in un fulgido involucro, confusa tra i sassi e le rupi della montagna, raggiava sotto il manto di ghiaccio che da secoli la ricopriva, facendolo palpitare di cento e cento riflessi colorati e luminosi; per lei il passare degli anni non aveva  alcun significato perché era nata prima del  tempo, e sarebbe ancora esistita alla fine dei secoli. La sua forza, il suo splendore, i suoi poteri erano immutabili, eppure qualcosa stava per cambiare, era giunto il momento in cui il suo destino si sarebbe dovuto unire a quello della nuova giovane razza apparsa sulla terra, quella degli uomini.

 

IL PARERE DI LUISA PAGLIERI

 

Questo libro di Adriana Comaschi merita uno sguardo attento. Si tratta infatti di un esperimento. La trasposizione, in forma di moderno romanzo, di un materiale antichissimo: le leggende del ciclo dei Fanes. Cos’è questo ciclo? E’ un antichissimo ciclo leggendario dei Ladini (minoranza linguistica ancor oggi esistente in Trentino e zone limitrofe e in parte anche in Svizzera ove si parla di Reto-romancio, lingua assai simile) che narra di alcuni regni che si trovavano nelle Dolomiti e in genere nelle aree ladine dell’attuale Trentino e del Sud-Tirolo. Per antichità, queste storie non hanno nulla da invidiare alle storie narrate da Omero: anche qui siamo nella preistoria, ai tempi in cui i guerrieri hanno delle armi di bronzo proprio come gli eroi omerici… e solo ad un certo punto si affacciano i popoli nuovi, quelli che custodiscono il segreto del ferro…
Il ciclo dei Fanes è il solo ciclo che in Italia si possa paragonare per bellezza, suggestione e complessità al ciclo arturiano. Ma non ha avuto la stessa fortuna: tramandato oralmente da  menestrelli e cantori, esso non ha mai avuto una vera versione scritta. Di quei canti sopravvivono solo pochi frammenti ma si diceva che l’intera vicenda veniva cantata da più persone nel giorno più lungo dell’anno (cioè il solstizio d’estate) e l’intera esecuzione copriva tutte le ore di luce.
Nei primi anni del Novecento uno scrittore, Karl Felix Wolff (di origine croata, la Croazia allora faceva parte dell’ impero austro- ungarico come lo stesso Trentino) mise per scritto la vicenda ma più con l’intento di creare una documentazione che un vero lavoro letterario. Insomma più con l’animo di un etnografo o di un raccoglitore di fiabe che di un “romanziere”. In seguito il ciclo fu messo per iscritto, in prosa, da altri autori e fu oggetto di studi da parte di antropologi e studiosi come Ulrike Kindl e Adriano Vanin; recentemente le storie dei Fanes sono apparse in una riduzione teatrale. Questo per sottolineare l’enorme importanza di questo ciclo. La scrittrice Adriana Comaschi ha compiuto invece un’operazione squisitamente letteraria facendo della storia un vero romanzo fantastico, una narrazione vivace, anche in chiave psicologica, in linea con la produzione fantasy degli ultimi decenni.
Vi imbatterete in personaggi come la guerriera Dolasila (in altre versioni Dolasilla), intrepida soldatessa ma tenerissima e pietosa donna, la sua gemella Lujanta,  la regina-sciamana Moltara, l’ambiguo re Rajes, il prode Ey de Net (Occhio di notte), lo stregone Spina de Mul (ancora oggi presente nel folklore). E i diversi popoli della zona, suddivisi in piccoli regni: i Duranni (o Duràn), i Cajutes, i Landrines, i Lastojeres, i Peleghetes e naturalmente i Fanes, il fiero popolo al centro della narrazione. Scoprirete poi che cos’è la Rajetta, la magica gemma che l’invincibile Dolasila porta sulla fronte, gemma bramata da molti compreso il pericoloso sciamano Spina de Mul… Il tutto sullo sfondo delle Dolomiti, di quelle cime e valli incantate dove la leggenda respira e vive…
Molto potrebbe esser detto di questo mondo affascinante ma lasciamo a voi il piacere della scoperta…

 

Perché leggere il romanzo? Esploriamolo assieme allautrice!

 

  • Buongiorno, Adriana Comaschi, quando hai progettato questa storia?

Dalla notte dei tempi. Sentii parlare dei Ladini e delle loro leggende dalla mia bravissima maestra , e fui subito affascinata da quel mondo incantato. L’attrazione aumentò ancora quando, anni dopo, mi resi conto che lo scenario di quei meravigliosi racconti erano le valli e le splendide montagne dove passavo parte dell’estate, e da allora, durante le vacanze, munita di penna e taccuino, mi misi a tormentare tutti i paesani che avevano la disgrazia di capitarmi a tiro, sentendomi un incrocio tra un esploratore e uno studioso. Così che, assieme a molte altre storie, conobbi anche quella di Dolasilla, la principessa guerriera, dei Fanes e della magica Rajetta, e mi balenò l’idea di mettere insieme quanto avrei potuto trovare su quelle leggende per poi narrarle di nuovo.  L’ambizioso proposito finì poi nel “calderone” dei progetti dimenticati, fino a che, anni fa, la mia editrice del momento non mi spronò a riprenderlo. Nacque così la mia antologia di leggende ladine “Sabja de Fek e altri racconti”, dove però non era compreso l’abbondante materiale riguardante  i Fanes, che ripresi in mano solo nel 2017, spronata anche dalla lettura dei saggi di Adriano Vanin, e che rilessi e rimeditai non è più soltanto con l’entusiasmo e l’ingenuità giovanile, ma anche con la testa indottrinata di un’adulta, appassionata di storia: il risultato è “La Rajetta”.

  • Sei stata ispirata da qualche lettura, vecchia o recente?

Affascinata dal mondo ladino, crescendo ho cercato, letto e riflettuto su tutti o quasi i testi che ne parlavano. In particolare per quanto riguarda l’inquadramento “storico” mi sono appoggiata al volume di Foscari “La protostoria delle Venezie”, mentre per la leggenda vera e propria ho consultato sia  i testi più vecchi, come Rossi e Morlang , oltre ovviamente a Wolff, sia i più recenti , cioè Palmieri e Kindl.Ma l’autore cui debbo di più è Adriano Vanin, che con i suoi studi sui miti  ladini, e in particolare con l’analisi della leggenda dei Fanes, mi ha suggerito un modo nuovo di vedere e di narrare quelle antiche storie.

  • L’ambientazione è reale o di fantasia?

E’ reale: sono le meravigliose valli e montagne ladine. Nessuna fantasia avrebbe potuto creare un mondo più affascinante.

  • Il romanzo è autoconclusivo o rientra in una serie/saga?

Autoconclusivo, anche se collegabile con altre leggende ladine. In particolare ce ne sono tre che riprendono personaggi ed eventi che si possono riconnettere con quelli della mia Rajetta. Il primo è  la vicenda di Lidsanel, che quasi sempre troviamo “appiccicata” a quella dei Fanes, come una seconda parte, ma che per la materia narrata e per l’ambientazione che si intravede,risale a un periodo posteriore, e forse in origine era parte di un di racconto/poema  epico ladino (probabilmente fassano) ,anch’esso perso e dimenticato,  quello degli Arimanni. Il secondo è la storia di Donna Dindia, dove ritroviamo la magica Rajetta e un mago che se ne è impadronito,  che però ha in comune i questi nomi con la leggenda dei Fanes. L’ultimo è il mito di Dosolina, dove ritroviamo Ey  de Net, e che, a mio avviso, è quello che più si presterebbe a essere avvicinato alle vicende narrate nella Rajetta, ma come “spin off”, non come conclusione o seguito della storia.

  • Parlaci dei personaggi e definiscili brevemente con qualche aggettivo. Qualcosa che li renda irresistibili agli occhi del lettore.

Poiché, come hp già detto, il mio Ro trae ispirazione da una antichissima leggenda ladina e dalle sue molte versioni scritte nel corso degli anni, i personaggi principali, o meglio la maggior parte di essi, hanno necessariamente i ruoli a loro assegnati dalla leggenda. Di mio ho aggiunto il tentativo di approfondirne la psicologia, il carattere, le motivazioni che li fanno agire. In particolar modo ho lavorato non sui tradizionali eroi della storia, ma sui “cattivi” il re dei Fanes, lo stregone Spina de Mul, la maga Tsicuta, cercando di dar loro un diverso spessore. Dovessi  definire con un aggettivo tutti i principali attori di questa mia versione della storia, chiamerei “ambizioso e senza scrupoli” il re, “frustrato e perspicace” Spina de Mul e “vendicatva e amante” Tsicuta.

Per i “buoni” , darei a Dolasila gli aggettivi “coraggiosa e incauta” a Ey de Net quelli di “forte e ingenuo” e alla regina madre quelli di “vincolata e dolente”.

  • Qual è il pubblico ideale per questa storia? È un testo per tutti o per fasce di lettori ben precise, ad esempio per adolescenti, adulti o è pensato per un pubblico prevalentemente femminile o maschile?

Poiché nel mio testo non ci sono scene di sesso e di violenza, credo che potrebbe essere letto a qualsiasi età, anche se l’inquadramento “storico” che gli ho dato potrebbe non essere apprezzato e compreso dai lettori più giovani.

Parimente, destinare un mio testo a un pubblico femminile o maschile, è un qualcosa che mi è completamente estraneo,io mi limito a raccontare una storia.

  •  Che tipo di linguaggio hai scelto, per questo romanzo? Colloquiale, forbito, diretto, ecc…?

Non mi sono posta il problema.

  • Che cosa desideri comunicare al lettore? C’è un significato nascosto, sotto la trama?

Il mio amore per le Dolomiti e le sue valli, forse, e il mio interesse per un mondo scomparso, che mi è piaciuto tentare di resuscitare per un attimo nelle mie pagine.

  • Hai usato una tecnica particolare, per scrivere questo romanzo?

Ho adoperato il sistema, o la tecnica se preferisci, che uso sempre quando scrivo: scelta ragionata dell’argomento, raccolta del materiale, bozza della trama, ruolo e caratteristiche dei personaggi. Poi sinossi, revisione del tutto e divisione della sinossi in capitoli o brani. A questo punto, tastiera del computer, scrittura e revisioni (in numero infinito).

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Conosciamo lautrice, ADRIANA COMASCHI

Adriana Comaschi è  nata a Venezia, dove ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea in Servizi Sociali.
Dopo la laurea, ha lavorato per il Comune di Venezia come assistente sociale prima, poi nella direzione dei servizi e infine nelle segreterie dei Gruppi Consiliari. Con l’autorizzazione dell’ Ente, ha anche insegnato per alcuni anni Storia del Servizio Sociale presso la facoltà dove si era laureata, nonché materie affini in corsi della Regione Veneto, e ha tenuto alcuni seminari.
La sua passione è sempre stata la carta stampata, da leggere e da scrivere ma, per quel che riguarda la scrittura,  fino a quando non ha lasciato il lavoro, so è accontentata di scribacchiare solo per pubblicazioni amatoriali, paga delle soddisfazioni così ottenute, visto che in questo modo ha pubblicato due romanzi, parecchi racconti e molte poesie, e ha ricevuto alcuni premi, tra cui due Premi Italia per il miglior racconto fantastico amatoriale.
Solo dopo aver terminato l’ impiego in Comune ha deciso di tentare il salto al professionismo,e ha trovato alcuni editori disposti a pubblicare i suoi lavori, e infatti a tutt’oggi sono usciti:

– con Domino  Edizioni: Sabja de Fek ( 2010, Premio Piccola Editoria di Qualità) ; Uno sguardo sui Celti(2013); Il Condottiero delle Isole (2011) , W’Unker di Rocca d’Ombra (2012) , Lo Stregone dei Ghiacci(2013.finalista Premio Italia), L’Artiglio di Fuoco ( 2014. vincitore  Premio Italia 2015), oltre ad alcuni racconti ;

-con Inknbeans Press : Il Rinnegato (2015) ,L’Incantatore (2015finalista  Premio Italia);

-con Tabula Fati ; Cadavere a Mare (2017) , Quando la storia diventa leggenda (2017), La Rajetta (2018)  e alcuni  racconti.

-con Solfanelli Editore : Delitto a Palazzo Grimaudi (2018)

.-con altri editori : La Ragnatela  (2014) e il racconto Il Roseto (2016).

 

 

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