Ombre

Titolo: Ombre
Genere: racconti “neri”
Copertina: in allegato
Editore: L’Erudita
Prezzo: 20 euro
Formato: cartaceo , pagine 270
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Sinossi

“Quando il volto sfuma e i suoi contorni familiari svaniscono, l’intero paesaggio confortevole e rassicurante sprofonda nell’ombra. Noi stessi ne siamo immersi, ed ombre si celano dentro di noi sotto la maschera della coscienza…”
I tredici racconti che compongono questa raccolta, pur partendo da situazioni consuete ed ordinarie, ci trasportano lentamente in un regno dove non esistono più appigli certi, senza più sicurezze, ai confini della notte, dove la società umana si erge minacciosa, e gli istinti primordiali della sopraffazione e della violenza emergono con ferocia. Ombre è una raccolta non facilmente catalogabile in un genere definito, in quanto i racconti che la compongono risentono delle influenze letterarie più disparate, il thriller, il noir, l’horror, fino a toccare elementi fantastici e surreali, elementi questi che confluiscono in una rielaborazione personale ed originalissima di forme e contenuti. Le inquietudini dell’alienazione urbana, la vendetta della natura violata sull’uomo, la pulsione al delitto e al peccato, questi alcuni temi dei racconti nei quali il filo conduttore rimane l’idea di aver perduto il mondo abitabile, con le sue certezze, la propria dimora, uno spazio sicuro in cui rifugiarsi ed affondare con le proprie convinzioni e le proprie radici. La scrittura raffinata ed elegante riesce a comporre situazioni sfumate nelle quali la minaccia è invisibile agli occhi, suscitando non tanto paura per un oggetto ben definito, ma una sottile inquietudine verso quell’indefinito e quell’indeterminato che si celano dietro le ombre. Non ci sono mostri, quelli classici della letteratura dell’orrore ma bensì tracce, sedimenti, allusioni… il terrore è insito nella natura stessa, in quel mondo vago e minaccioso che è difficile scorgere con la sola razionalità. Il terrore proviene da dentro di noi, quando la vigile coscienza si assopisce e l’inconscio lavora al suo posto, brulicante di forme arcane ed aliene, lontanissime dalla nostra quotidianità. Ombre sono tredici racconti neri nati dalla penna di Carmen Cirigliano e Carmine Menzella.
Buona lettura!

 

L’appartamento

Ritornare a casa dopo un’interminabile giornata di lavoro in ufficio. Buttare in un angolo il cappotto e il vestito, sfilarsi la cravatta soffocante, le scarpe troppo strette e prepararsi un tè caldo, accendere la tivù, riscaldarsi la cena al microonde e sprofondare finalmente nel morbido divano lasciandosi alle spalle tutti i numeri e tutte le pratiche del giorno. Era a questo che pensava Dan Jonas mentre, assorto, guardava la città scorrergli di fronte attraverso il vetro sporco dell’autobus che lo stava riportando a casa. -Casa- le sue labbra dovevano aver pronunciato silenziosamente questa parola quando la sconosciuta seduta di fronte, una donna sui quarant’anni dall’aria trasandata, gli sorrise annuendo con un piccolo cenno del capo. Forse assaporava anche lei il piacere di tornare alla propria intimità dopo un’intera giornata trascorsa fuori. Quel piccolo appartamento gli donava ogni giorno un piacere ed una sicurezza mai provate, era per Jonas una sorta di isola deserta nel mare caotico della grande città, una fortezza segreta ed inespugnabile in cui rifugiarsi e nascondersi dalle insidie di quel mondo gretto che lo circondava da fuori.
Ogni sera, alle 18.15 in punto, Dan Jonas scendeva dall’autobus a due isolati da casa e percorreva il resto della strada a piedi. Anche quella sera l’uomo si incamminò silenzioso lungo le strade già buie, penetrando l’oscurità polverosa tra i palazzoni grigi e i lampioni al neon che incominciavano ad accendersi uno dopo l’altro. Le ombre di febbraio iniziavano a rincorrersi fredde sotto il cielo di pietra che incombeva impassibile su di esse. Alzò gli occhi verso il cielo quasi completamente nascosto da una costruzione irregolare di grigio cemento armato. Il mastodontico edificio che ospitava il suo appartamento si ergeva lungo nove piani e si estendeva in larghezza su uno spazio straordinariamente ampio ad ospitare un’indicibile quantità di appartamenti. Le numerose finestre, tutte identiche ed anguste, che disegnavano la facciata del palazzone, sembravano squadrarlo ogni volta al suo ritorno, tenendo d’occhio ogni suo movimento. Più di una volta Jonas aveva provato a contarle, ma una volta iniziato, uno strano senso di angoscia e di smarrimento lo avevano fatto desistere. Si fermò per un istante osservando la sua finestra. Immediatamente accanto ce n’era un’altra, illuminata come sempre a quell’ora. Jonas sorrise, Tereza era in casa. Entrò attraverso l’imponente cancellata che cingeva l’edificio isolandolo dall’esterno, passò accanto ai posteggi numerati, segnati sull’asfalto scuro. Il suo, il numero 28, gli era stato assegnato insieme all’appartamento che portava lo stesso numero. Il grande portone di ferro era aperto ma il vasto pianerottolo a pian terreno era muto e deserto. Cercò tra centinaia la cassettina numero 28 nella segreta speranza di scorgervi all’interno della posta o qualsiasi altra notizia che lo distogliesse dalla monotonia dei suoi giorni. Niente. Una minuscola finestra posta sopra quell’alveare di cassette della posta gettava all’interno la fredda luce del lampione antistante il portone, riversando un fioco riverbero sulla parete di fronte, che conduceva al seminterrato mediante delle scalette costantemente buie. Jonas gli diede un’occhiata veloce . Un vago senso di smarrimento e di ripugnanza lo raggiunse insieme al lezzo e all’umido proveniente da quel fondo cieco. Il buio impenetrabile amplificava il tutto. Cosa mai poteva contenere quel luogo tanto nascosto e disgustoso? Jonas si chiedeva ogni giorno perché il proprietario dello stabile, uomo ricchissimo e di grande fama in città, non si preoccupasse minimamente di sistemare quella zona del palazzo. Un suono di voci provenienti dall’alto lo distolse da quei pensieri. Guardò la rampa di scale che si snodava avanti a sé lungo i piani superiori in labirintiche combinazioni da capogiro. Un senso di vertigine improvviso gli fece girare la testa. Chiuse gli occhi. un senso di vuoto gli attanagliava la testa. Quel senso di vertigine svanì dopo pochi secondi permettendogli così di salire le scale. Per fortuna il suo appartamento si trovava al secondo piano. La prima rampa era lugubre e mal illuminata. Attraversò il lungo corridoio spoglio che dava su una quindicina di porte silenziose. I suoi passi riecheggiavano freddi in quel vuoto. Salì la seconda rampa di scale, le voci si facevano man mano più nitide e vicine. Erano quelle dei coniugi Boles, il loro appartamento si trovava proprio di fronte al suo. Il signor Mark Boles era un uomo ricco ed elegante, sempre in viaggio per lavoro, il classico uomo d’affari che si è fatto strada in un mondo di squali, cinico ed impeccabile allo stesso tempo. Sua moglie, donna bellissima ed appariscente, era spesso sola e si accompagnava, durante le frequenti assenze del marito, ad altri uomini. Secondo Tereza i due non erano affatto sposati ma essa stessa era l’amante dell’uomo, il quale si concedeva la sua compagnia solo quando ritornava in città in quello che era solo uno dei suoi numerosi appartamenti. Il signor Boles stava uscendo di casa, Jonas se lo ritrovò di fronte, alto ed elegante come al solito, con la solita valigetta in mano gli passò veloce facendogli appena un cenno col capo. Sulla soglia del loro appartamento, la signora Boles, in rosso, osservava l’uomo allontanarsi. I suoi occhi, scuri e ferini, incontrarono quelli di Jonas che si dirigeva verso casa, quello sguardo magnetico e sfacciato gelò il piccolo impiegato che non seppe fare altro che abbassare gli occhi cercando le chiavi mentre le mani che tremavano dall’impaccio. Sentì la porta dei Boles richiudersi alle sue spalle e tirò un sospiro di sollievo. Aprì la porta e rimase qualche istante a contemplare quel suo piccolo e accogliente rifugio, creato all’interno di quel palazzone enorme, sotto il cielo plumbeo della grande città. Sulle sue labbra si era disegnato un sorriso, il secondo di tutta l’intera giornata. Si tolse lento il soprabito e sprofondò sul divano. Gli occhi gli si chiusero automaticamente mentre un lieve torpore lo avvolgeva pian piano, quando il picchiare improvviso alla porta lo ridestò. Quando aprì la porta comparve il signor Keaton, l’amministratore del palazzo.
-Salve signor Jonas, sono venuto per chiederle se ha bisogno di aiuto con quella persiana rotta-
-Quale persiana?-
-Quella del bagno-
Jonas corrugò la fronte quasi a voler mettere meglio a fuoco l’uomo che aveva di fronte, il suo sguardo era perplesso, come faceva il signor Keaton a sapere di quel problema alla persiana? Ci penso velocemente ma era più che sicuro, non ne aveva parlato con nessuno. Corrugò di nuovo la fronte, era forse spiato da qualcuno? -Ah, quella!- Jonas si voltò verso la minuscola finestra dell’ingresso -No signor Keaton, la ringrazio ma la mia persiana funziona benissimo, ho provveduto io stesso a sistemarla, si trattava di una sciocchezza!-
-Ne è sicuro signor Jonas?- il fare di Keaton si faceva via via più fermo e insistente
-Certo che si! Diamine conoscerò la mia casa, non crede?-
-Non si agiti signor Jonas. A noi importa solo che tutti gli inquilini si sentano a proprio agio nei nostri… nei loro appartamenti- la sua voce era inespressiva e monocorde, il suo fare odiosamente pacato, lo sguardo fisso e penetrante aumentava l’agitazione di Jonas, snervato dall’interminabile giornata in ufficio.
-Posso entrare signor Jonas?-
Questi fece un cenno e controvoglia introdusse l’amministratore nel proprio appartamento.
-Vedo che si è sistemato davvero bene qui dentro- continuò poi guardandosi intorno. I suoi occhi, stretti come fessure senza luce, ne scrutavano l’interno, posandosi indiscreti in ogni angolo.
-Ho sistemato le mie cose meglio che ho potuto- fece l’inquilino cercando di interrompere quella intromissione nella sua privacy.
– Vedo.- Keaton si fermò a pochi palmi da Jonas – D’altronde il suo è uno dei migliori appartamenti dello stabile-
-Ah, si?-
-Certo. Ben illuminato, spazioso e non troppo sopraelevato. Un vero gioiello- quegli occhi avidi ripresero a muoversi rapidi , toccando ogni centimetro dell’appartamento di Jonas il quale, sempre più insofferente alla presenza dell’intruso tentò di tagliare corto con l’altro, mettendo fine a quella visita.
– Voleva dirmi altro signor Keaton?-
– Come, scusi?-
– A parte la persiana dico-
L’altro lo guardò dritto negli occhi facendosi, se possibile, ancora più serio -no, nient’altro-
-Ora signor Keaton, se non le dispiace dovrei preparare qualcosa per cena, sa sono appena tornato dopo un’intera giornata fuori casa e ho molto da fare-
-Capisco- si limitò a rispondere l’altro raggelandolo con lo sguardo sottile – ma se dovesse avere qualche altro problema in casa mi informi immediatamente Jonas-
-Certo, lo farò, buona serata signor Keaton- Accompagnò non senza un briciolo di soddisfazione l’amministratore verso la porta, dopo essere uscito Keaton fece pochi passi, poi si voltò di nuovo -Buona serata a lei Jonas-
L’uomo chiuse la porta. Mentre l’amministratore spariva nelle scale sentiva lo stesso tipo di sollievo che aveva provato poco prima sfuggendo allo sguardo insistente della signora Boles, quel sollievo che solo la sicurezza del suo piccolo appartamento sapeva dargli. Tuttavia l’odiosa vista di Keaton e la fastidiosa sensazione che qualcuno lì dentro potesse in qualche modo spiarlo gli avevano tolto l’appetito. Prese in mano il telecomando e si sistemò comodo davanti al televisore facendo zapping, poi, ancora insoddisfatto riprese a pensare all’accaduto fissando un punto indefinito dello schermo. La stanchezza della giornata iniziò a farsi sentire presto sui suoi occhi facendolo addormentare sul divano. Si svegliò dopo alcune ore con la bocca completamente secca. Si alzò infreddolito per prendere un bicchiere d’acqua nel cucinino, quando qualcosa di insolito e bizzarro attirò la sua attenzione. Era una musica soffusa e ritmata che sembrava provenire dall’interno del portone. Stette in ascolto per alcuni secondi, tanto per esserne certo, il suono proveniva proprio da lì. Corse alla porta ed alzò gli occhi verso la rampa di scale che conduceva al piano superiore. Pensò che prima di allora non vi era mai stato, mentre la musica dei violini lo guidava, scalino dopo scalino, a salire. Ben presto si ritrovò in una sorta di salone scintillante animato da musica e danze. Come aveva fatto a non accorgersi prima che quel grigio e mastodontico palazzo ospitasse un luogo talmente sontuoso proprio sopra il suo appartamento?
La sala immensa e scintillante ospitava al suo interno centinaia di invitati. Un enorme lampadario arricchito da una miriade di cristalli pendeva dall’alto soffitto a volta, sorretto da solide colonne di marmo dislocate ai quattro angoli, tavolate eleganti e riccamente imbandite cingevano i lati del salone mentre in fondo ad esso una piccola orchestra, sistemata su un palchetto rialzato, allietava la serata con la sua musica, quella che riecheggiando fra le scale era giunta alle sue orecchie, mentre gli invitati in sfarzosi abiti da sera ballavano al centro della sala. Fu scrutando quella folla di volti sconosciuti che Jonas incontrò il volto sorpreso di Keaton che con un cenno della mano lo invitava ad avvicinarsi. Jonas fece qualche passo, la musica continuava a risuonare nell’ampio salone, si guardò intorno alla ricerca di altri volti conosciuti. Scorse dietro un tavolino illuminato da candele e calici di cristallo la signora Boles, stretta in un abito fiammeggiante, circondata da tre uomini elegantissimi, due dei quali piuttosto anziani. La donna rideva ammiccando alle battute dei tre, e quando Jonas incontrò il suo sguardo passandole davanti lei lo ignorò del tutto, continuando a ridere rumorosamente. Nel frattempo il signor Keaton aveva lasciato il suo posto per andare incontro all’impacciato ospite.
-Signor Jonas, finalmente è arrivato anche lei-
– Veramente signor Keaton è stata la musica ad attirarmi, non sapeva che ci fosse una festa stasera-
-Come?Non lo sapeva?Non ha letto l’invito?-
-Quale invito?- Jonas era confuso
-Quello che le ho lasciato nella cassetta della posta. Ogni inquilino dello stabile ne ha ricevuto uno.-
-Veramente no… deve essermi sfuggito di controllare oggi…-
-Ah, non fa niente, l’importante è che in un modo o nell’altro lo abbia saputo! Ma prego, prenda posto, mangi e beva quello che desidera. Si diverta!-
-Ma non so se è il caso che resti signor Keaton, non ho neanche l’abito elegante, sono salito così come mi trovavo a casa, ho ancora le ciabatte, guardi…-
L’uomo abbassò gli occhi sulle pantofole prima di esplodere in una risata – Non si preoccupi signor Keaton, chi vuole che badi alle sue ciabatte in una serata del genere! Stia solo attento a non perderle durante le danze!- e dopo avergli dato una pacca sulla spalla si allontanò continuando a ridere. Un giovane cameriere dai capelli tirati indietro passò leggero accanto a Jonas facendo volteggiare il vassoio -Champagne signore?-
-Oh, si, grazie- Jonas bevve tutto d’un fiato, quasi per darsi coraggio e non pensare all’imbarazzo che ancora provava. Da lontano notò un uomo che gli faceva cenno con la mano e lo invitava a sedersi a tavola. Inizialmente, forse per la distanza, non riuscì a capire di chi si trattasse per poi metterlo a fuoco solo dopo essersi avvicinato.
-Signor Jonas, è da quando l’ho vista entrare che le faccio segno!-
-Mi scusi signor Stenton, in tutto questo caos non l’avevo notato affatto-
-Ma mi chiami pure Willy, in fondo siamo vicini di casa! Anzi diamoci pure del tu!- mentre parlava, circondato da piatti con cibi raffinati e calici di vino pregiato, torte, dolciumi, caviale, Jonas iniziò ad avvertire una sensazione di leggera ebrezza e a sentire la voce del suo vicino farsi sempre più lontana e confondersi poi con tutte le altre intorno. Si guardò intorno, seduti al suo tavolo c’erano decine di persone imbellettate a festa, persone mai viste prima, probabilmente altri inquilini del palazzo la cui identità gli sfuggiva del tutto. Willy continuava il suo discorso e la sua voce risuonava sempre più come un eco vago ed incomprensibile nel fragore generale. Il fumo di sigaretta circondava la sala dove risa, musica e il tintinnio delle posate sulle porcellane diventavano via via più rumorose ed insopportabili. Jonas non aveva parlato ma la sua gola era secca e arsa, prese dal tavolo un altro calice di champagne e ne buttò giù il contenuto, alzando la testa in un sospiro liberatore gli parve per un attimo che l’alto soffitto, illuminato da centinaia di luci si allontanasse vertiginosamente come se fosse risucchiato verso l’alto.
-Capisci? Eh? Capisci, Dan?- Jonas abbassò di nuovo la testa, la voce di Willy continuava a risuonare, ora chiara e distinta, ora come un insieme di suoni inarticolati e metallici. L’uomo sgranò gli occhi per osservare meglio il volto del suo vicino che diventava a tratti estraneo e indistinto, mentre continuava il suo discorso incomprensibile.
(Continua…)

 

 

Perché leggere la raccolta? Esploriamolo assieme agli autori!

 

  • Quando avete progettato questa storia?

I racconti di Ombre sono nati in momenti diversi della nostra vita, alcuni sono vecchi di quasi dieci anni, altri sono più recenti. Quando ci siamo resi conto di averne un gran numero abbiamo pensato di “unire le forze” e provare a pubblicarli insieme, in un’unica raccolta, anche perché siamo soliti scambiarci i nostri scritti per consigli e correzioni reciproche, è un po’ il nostro modo di lavorare, e poi essendo fidanzati da tantissimo tempo condividiamo quasi tutto! Così nell’estate del 2016 abbiamo preso questa decisione, abbiamo passato al vaglio i nostri racconti, ce li siamo scambiati e abbiamo discusso sulle eventuali correzioni, modifiche e sulla scelta definitiva di quelli che poi sarebbero entrati a far parte della raccolta. Abbiamo inviato il dattiloscritto ad alcune case editrici e a gennaio abbiamo ricevuto una risposta positiva dalla casa editrice che poi ha pubblicato Ombre.

  • Siete stati ispirati da qualche lettura, vecchia o recente? Avete qualche modello di riferimento, per scrivere questo genere?

Certo! La letteratura fantastica, horror, gialla e thriller noir, di cui siamo appassionati, ha costituito il nostro modello principale. Da Poe a Kafka, da Buzzati a Woolrich solo per citare alcuni nomi. Siamo soprattutto grandi lettori, e l’esempio dei grandi ci ha sempre ispirati, ma non solo, il mondo del fumetto, del cinema e della musica e dell’arte sono altre importantissime fonti di ispirazione per noi.

  • L’ambientazione è reale o di fantasia?

Potremmo dire entrambe le cose. I luoghi dei nostri racconti a volte sono nominati con precisione, altre volte i nomi sono fittizi o inesistenti , ma nonostante ciò sono tutti l’espressione di luoghi più “generali”. Una qualsiasi grande città, oscura, fredda e alienante, o un qualsiasi paesino di provincia arroccato nelle sue superstizioni e paure. Spesso partiamo da luoghi a noi vicini, siamo lucani e i luoghi della nostra regione ci ispirano ovviamente, ma anche luoghi e città conosciuti durante viaggi o per lavoro, e che hanno lasciato una forte impressione dentro di noi, hanno contribuito a delineare le atmosfere che si respirano nei nostri racconti.

  • Parlateci dei personaggi e definiteli brevemente con qualche aggettivo. Qualcosa che li renda irresistibili agli occhi del lettore.

I personaggi che popolano i racconti di Ombre sono gli stessi che potremmo incontrare ogni giorno a lavoro, al supermercato o alla fermata del tram, forse è questo che potrebbe renderli speciali per il lettore, il fatto di sentirli vicini perché sono persone normalissime, niente eroi dunque. Potremmo dire che i personaggi di Ombre siamo noi stessi,tutti noi con le nostre ansie e le nostre paure. I nostri protagonisti sono quelle persone comuni che, non si sa come, vengono schiacciate da poteri assurdi e incomprensibili, o che si ritrovano a vivere esperienze bizzarre e misteriose. L’angoscia, la paura, la suspense che le animano nascono proprio dal fatto che le nostre storie potrebbero capitare a chiunque!

  • Che cosa desiderate comunicare al lettore, con questo testo? C’è un significato nascosto, sotto la trama?

Ce ne sono molteplici, dalla denuncia delle forme arbitrarie di potere che negano la dignità, alla critica della supremazia e del dominio-sfruttamento dell’uomo sulla natura e gli animali e in generale sui più deboli, che si accompagna al nichilismo insito nella tecnica, solo per fare alcuni esempi. Sotto la veste thriller, horror o noir i racconti di Ombre vogliono spingerci a non pensare più al mondo così come lo conosciamo, e nello stesso tempo ci invitano a sospendere anche l’immagine solita dell’uomo come una creatura docile e addomesticata dotata di ragione e coscienza, ci invitano a separarci dall’esistenza di una società comprensibile e decifrabile. Sono molteplici e tutte collegate con la nostra contemporaneità dunque le tematiche che vogliamo mettere in luce .

  • Questa è un’opera scritta a quattro mani. Come avete gestito la creazione delle trame? Avete fatto fatica a trovare un accordo? Come avete fatto ad appianare eventuali differenze stilistiche?

Come già accennato prima, ognuno di noi ha presentato all’altro alcuni dei suoi racconti inizialmente. In un secondo momento, quando abbiamo deciso, di comune accordo, quali sarebbero entrati a far parte di Ombre, abbiamo iniziato il lavoro vero e proprio di revisione e correzione. Ognuno ha messo in qualche modo del suo anche nei racconti dell’altro con correzioni formali o con semplici suggerimenti o idee per migliorarli. Abbiamo deciso di non scrivere a chi dei due appartiene ogni singolo racconto perché nonostante le divergenze, che ci sono state essendo in due, lavoriamo comunque in grande sintonia, se così non fosse stato non avremmo pubblicato insieme! Chi ci conosce bene però è riuscito a scorgere Carmen o Carmine dietro i singoli racconti!

 

 

CONOSCIAMO GLI AUTORI!

Carmen Cirigliano e Carmine Menzella (classe 1984 e 1978) vivono a Ferrandina e sono compagni nella vita come nell’arte. Laureati rispettivamente in Lettere e in Filosofia collaborano a svariati progetti che ruotano intorno alla scrittura nera, dalle sceneggiature alla regia per teatro e cortometraggi. Fondatori dell’associazione culturale Laboratorio Inchiostro Nero, volta alla promozione della cultura di genere horror, fantastica e thriller-noir attraverso vari linguaggi che spaziano dal teatro sperimentale e di figura, al cinema alla narrativa. Collaborano con diversi giornali e riviste locali in ambito culturale. Carmine, docente e studioso di filosofia e appassionato di lettura saggistica si dedica da sempre ad attività di ricerca filosofica e storica, partecipa a diversi convegni e seminari sugli scrittori lucani in qualità di relatore, scrive articoli e recensioni di libri. Ultimamente un suo intervento sul poeta lucano Michele Parrella è stato pubblicato sul libro “Michele Parrella, il poeta con il panama” presente nelle librerie. Carmen creativa e appassionata di arti visive si dedica anche all’illustrazione, all’animazione cinematografica e alla costruzione di pupazzi e burattini tenendo anche laboratori presso le scuole. Regista di spettacoli di teatro sperimentale e cinema ha ultimamente scritto e diretto il cortometraggio “Il segreto di Kaspar Kohl” prodotto dalla Regione Basilicata e Cinemadamare, tratto da “Il segreto di Klimt” uno dei racconti presenti in questa raccolta. Attualmente web speaker per la web Radio Attiva Ferrandina si occupa di diffusione della cultura letteraria e cinematografica di genere horror e fantastico nella rubrica La Zona del Crepuscolo.

 

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