FRIDA KAHLO – OLTRE IL MITO

 

 

FRIDA KAHLO

Oltre il mito

di 

Fiorella Rigoni

 

Quando mia sorella più giovane mi ha chiesto di accompagnarla a Milano per visitare la mostra su Frida Kahlo ho tentennato. Lo ammetto: di questa grande artista conoscevo solo il viso e qualche opera. Ho scavato nella memoria e ho tirato fuori le poche cose che ricordavo di questa pittrice messicana e, dato che non mi veniva in mente molto, ho capito che di lei ignoravo tanto! Avevo visto alcuni suoi dipinti e letto delle citazioni a lei attribuite, sapevo che aveva avuto una vita piuttosto dura, ma niente di più, così ho preso la palla al balzo e ho prenotato il treno e il biglietto per la mostra.

Mentre attendevo di recarmi al Mudec, il Museo delle Culture di Milano, ho letto il libro Viva la Vida di Marco Cacucci e visto il film Frida diretto da  Julie Taymor, e la mia curiosità per questa donna e per la mostra si è fatta, via via, più pressante.

Sono arrivata a Milano con la voglia di vedere le tele che già avevo ammirato nel film, con la speranza di poter intravedere, attraverso i suoi dipinti e le foto che la mostra ospita, cosa si nascondesse dietro quel volto intenso e quegli occhi profondi.

 

Ci sono emozioni che a voce non si possono spiegare, sensazioni che diventano difficili da definire, figuriamoci esporle. E così, quando ho varcato la soglia della retrospettiva dedicata a questa grande donna sono stata investita da un reverenziale timore.

Come posso approcciarmi a tanto dolore?

Come posso anche solo immaginare ciò che deve aver provato mentre se ne stava distesa nel suo letto, con il busto di gesso che le stringeva il petto, impossibilitata a muoversi e costretta a vedere la vita da sdraiata?

Queste e altre domande mi si sono affacciate alla mente mentre entravo nella penombra della stanza che avrebbe dovuto ospitare i suoi quadri, o almeno così immaginavo io. La sala invece era vuota, nessun quadro, niente tele… C’era solo silenzio, eppure accanto a me c’erano parecchie persone, ma nessuno parlava. Era strano, quel silenzio, carico di aspettative e di rispetto.

Il volto di Frida era impresso su una parete scura, alluminato da un faretto e le sue parole vi scorrevano sopra, come acqua che fluisce, che crea e distrugge.

 

Sono nata nella pioggia.

Sono cresciuta sotto la pioggia.

Una pioggia fitta, sottile… una pioggia di lacrime.

Una pioggia continua nell’anima e nel corpo.

 

 

Il salone che ospitava parte delle sue opere, dove sono entrata subito dopo, era più luminoso, ma anche qui regnava il silenzio. Ma ci hanno pensato i suoi quadri ad animare quella reverenziale quiete. I dipinti di Frida catturano l’attenzione, la calamitano. I colori sono di una vividezza incredibile, e le emozioni che suscitano sono qualcosa di indescrivibile. Trasmettono in modo inequivocabile il tormento, la solitudine e la grande voglia di vivere che Frida aveva.

 

 

 

IL PULCINO – 1945

Come testimonia questo piccolo capolavoro Frida non dipinse solo autoritratti, ma spaziò anche in altri campi. Negli ultimi anni della sua vita dipinse tante nature morte, ritraendo i frutti della sua amata terra, quella terra a cui era profondamente legata.

 

 

 

Lei, menomata dalla nascita e inchiodata a un letto per tanto tempo da un orribile incidente, voleva superare i tanti limiti fisici che aveva, voleva essere bella e voleva vivere. Voleva essere vista e voleva essere amata. E lo fece, lo fece con la sua arte, con il suo corpo, con i suoi scritti. Guardando le sue tele mi sono chiesta se alla fine abbia ottenuto ciò che voleva.

Se sia riuscita a farsi guardare come bramava, a farsi amare come voleva.

Ci sarà riuscita?

Non lo so, ma so che ha lasciato dietro di sé tracce molto profonde e che a distanza di cinquantaquattro anni dalla sua morte, il suo nome è ancora sulla bocca di tutti. Guardando le foto che la ritraggono non si può non notare la forza che questa donna emanava. L’espressione intensa, come i suoi occhi, catturano chi la guarda. Non aveva una bellezza canonica, tratti sottili e cesellati, ma in lei c’era qualcosa che non la faceva mai passare inosservata.

 

Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio

 

Ecco perché moltissimi dei suoi quadri sono degli autoritratti. Nelle lunghe convalescenze, tra un intervento e l’altro, era costretta a letto e i genitori le fecero montare uno specchio sul letto a baldacchino, così da potersi vedere mentre si dipingeva.

 

 

 

L’Autoritratto con collana di spine e colibrì è il più famoso degli autoritratti di Frida. Terminato a un anno dal divorzio da Diego Rivera, nel 1940, il quadro rappresenta lo stato emotivo della pittrice in quel duro periodo. Frida si dipinge con una collana di spine intorno al collo, che la ferisce, la fa sanguinare, come la separazione dal suo amato Diego. Eppure il volto rimane quello di chi affronta il dolore stoicamente, di chi è abituato a sopportare e ad andare avanti comunque. “In fin dei conti, possiamo sopportare molto di più di quello che pensiamo” disse un giorno, forse pensando al dolore che il tradimento di Diego le aveva inferto, o ai tanti dolori che era costretta a sopportare. Nel quadro Frida inserisce anche una scimmia, animale che ritrae spesso e che lei amava. Molte sono le simbologie espresse in questo quadro, ma ciò che colpisce è l’espressione intensa degli occhi e i colori brillanti, vividi, che catturano e ammaliano.

Frida amava la vita, la amava sopra ogni cosa, la amava quanto amava Diego Rivera, l’uomo che ha sposato due volte e che non riusciva a dimenticare, nonostante i tanti tradimenti.

 

Diego principio

Diego costruttore

Diego mio bambino

Diego mio fidanzato

Diego pittore

Diego mio amante

Diego “mio marito”

Diego mio amico

Diego mia madre

Diego mio padre

Diego mio figlio

Diego = io

Diego – Universo

Diversità nell’unità

Perché lo chiamo il mio Diego?

Non è mai stato mio, né mai lo sarà.

Appartiene a se stesso.

 

Frida perse tante cose a causa di quel tragico incidente: il primo ragazzo di cui si era innamorata, la possibilità di avere dei figli, le amicizie. Ma non perse la voglia di vivere, così, dopo aver subito innumerevoli operazioni chirurgiche e contro ogni aspettativa dei medici che la curavano, tornò a camminare. Certo, i dolori dovevano essere atroci, ma la sua voglia di superare i propri limiti e di farla in barba alla morte ebbe il sopravvento. Di Frida, almeno così dicono, colpiva l’ironia con cui affrontava la vita e il sorriso. E quando si rialzò si dedicò anima e corpo a ciò che più amava fare: dipingere.

Fu la pittura a farle incontrare Diego Rivera, uno dei più grandi pittori di murales di quei tempi. Un uomo che l’aveva sempre affascinata e che non smise mai di affascinarla.

 

Ho avuto due gravi incidenti nella mia vita. Il primo fu quando un tram mi mise al tappeto, l’altro fu Diego.

 

Con queste parole Frida confessò quanto amava quell’uomo che aveva vent’anni più di lei e quanto grande era il dolore che provava quando lui la tradiva, cosa che accadeva spessissimo.

Sulla vita di Frida è stato detto tutto, credo non ci sia un momento che non sia stato esaminato. Eppure, guardando le sue opere, tutto quello che ho letto su di lei è stato spazzato via. Davanti ai suoi quadri ci si trova inermi, ci si trova a sbirciare momenti intimi e personali, attimi della sua vita che sono intrisi di dolore e passione. Le sue tele aprono uno squarcio su ciò che Frida custodiva gelosamente: la sua fragilità.

I suoi autoritratti ne sono una prova schiacciante: sola, piangente, tra distese di sabbia, sotto cieli scuri, ferita e sanguinante. Niente di ciò che ritraeva era un caso, niente di ciò che mostrava era per attirare consensi. Era una donna disperatamente attaccata alla vita, che anelava solo amore e che ha amato senza limiti e senza riserve, con ogni briciolo di forza che aveva.

 

 

L’unica opera che realizzò nel 1948 fu questo quadro. Il vestito di Frida qui assume un carattere psicologico, la fa apparire intrappolata, prigioniera e sembra soffocarla nel suo stesso dolore. Tutto ciò è messo a servizio della tristezza non dissimulata nei suoi occhi, da cui emergono tre lacrime che scendono giù per le guance, recuperando l’iconografia mariana della Vergine Addolorata. I contorni del suo viso sono marcati e ruvidi e le sue caratteristiche sono indurite. I suoi tipici baffi le conferiscono un aspetto maschile. Gli ultimi anni di grandi sofferenze, fisiche e sentimentali, sembrano voler reclamare un po’ di pace per Frida, qui evocata da quella paloma de paz posta al centro dell’ingombrante medaglione in primo piano e così spesso ricercata e rappresentata da Frida.

 

 

Qui Frida è sola e piange su una vasta pianura sotto un cielo tempestoso. Il suo busto è aperto verticalmente nel mezzo e sembra tenuto unito e dritto solo dalle fasce del corsetto. Al posto della malandata colonna vertebrale della pittrice si vede una colonna ionica rotta in diversi punti. Il suo volto immobile e impassibile è rigato di lacrime. Quando Frida dipinse questo autoritratto la sua salute si era deteriorata al punto di dover indossare un corsetto d’acciaio per trattenere la colonna vertebrale per cinque mesi, prescritto dal dr. Alejandro Velazco Zimbron. Le cinghie del busto sembrano essere l’unica cosa che trattiene il corpo spezzato dell’artista. L’apertura drammatica nel suo corpo e le fessure del paesaggio arido diventano simboli del dolore e della solitudine di Frida. Questa sensazione è accentuata dalla presenza potente dei chiodi che trapassano il suo viso e il suo corpo e l’immagine che ne deriva ricorda quella del martirio di San Sebastiano trafitto dalle frecce. Il chiodo più lungo che trafigge il suo cuore indica la fonte del dolore emotivo causato da Rivera. Il telo bianco avvolto attorno ai fianchi – aggiunto posteriormente perché secondo l’artista il nudo integrale distraeva troppo – si richiama inevitabilmente all’iconografia cristiana. Le lacrime di madreperla versate, così come in altri suoi dipinti, non sono trasparenti ma sono lacrime di latte. La sua espressione è più libera e i capelli sciolti ammorbidiscono i contorni del viso, lo incorniciano e lo rendono meno severo. I baffi di Frida sono accentuati e le sue labbra sono di un colore estremamente naturale. Il disagio del disegno e della manipolazione dello spazio e la modellazione rudimentale (Frida, ad esempio, utilizza un semplice contorno nero per le ombre) fanno sembrare Frida un ritaglio di carta sovrapposto allo sfondo, piuttosto che ad esso integrato. In quest’opera c’è però una variazione nel paesaggio rispetto ad altri suoi lavori, perché si può scorgere all’orizzonte una stretta frangia di mare, suggerendo una speranza di miglioramento, o di un miracolo, anche se l’atmosfera prevalente è quella del martirio. Come un’icona, la postura di Frida è strettamente frontale e il suo significato deriva dalla carica emotiva che è diretta verso lo spettatore, senza alcuna connessione attiva con gli oggetti all’interno del dipinto. Secondo Teresa del Conde La columna rota e una delle tante testimonianze autobiografiche, la più emblematica di tutto il lavoro di Frida.

 

 

 

Direttamente dal Mudec di Milano.

Frida Kahlo è stata la prima artista donna a fare del proprio corpo un manifesto, ad esporre la propria femminilità in maniera diretta, esplicita e, a volte, violenta, rivoluzionando irrevocabilmente il ruolo femminile nella storia dell’arte. In molte delle sue opere Frida Kahlo si focalizza sulla condizione della donna e sul corpo stesso dell’artista, che diventa indizio, segno e gesto attraverso il quale confrontarsi con tematiche attinenti ai miti sgretolati della tradizione preispanica, all’identità di genere e a una femminilità dissolta nella sfera pubblica. Il corpo di Frida Kahlo immolato sotto gli sguardi impietosi del pubblico è, allo stesso tempo, un corpo irrimediabilmente sacrificabile e politico, un corpo che reagisce e rivendica, più in generale un ruolo di uguaglianza. I suoi autoritratti e ritratti diventano segno poetico trasposto dall’artista in strategie estetiche che mirano a sottolineare la fragilità, la sofferenza e la poderosa emotività del genere umano. Il corpo per Frida Kahlo è in sé una scrittura, un sistema di segni che rappresentano, traducono, la ricerca indefinita dell’uomo, le sue paure, le sue ansie, i suoi desideri inconsci, le sue relazioni con il tempo, inteso però come entità indefinita, senza inizio e senza fine. Attraverso la ritrattistica l’artista ricostituisce tra il soggetto rappresentato e gli altri una sorta di situazione neo natale, dove si accoglie il linguaggio gestuale del corpo. Si delinea così un suo caratteristico “linguaggio del corpo” attraverso una serie di lavori rivolti al pubblico, in cui Frida Kahlo cerca di toccare la profondità dell’essere umano attraverso dispositivi di sofferenza e di privazione.

 

BIOGRAFIA DELLA PITTRICE

 

Frida Kahlo nacque a Coyoacán, una delegazione di Città del Messico, il 6 luglio del 1907, ma preferiva dire di essere nata nel 1910, anno della Rivoluzione Messicana, di cui si sentiva figlia.

Ha avuto una vita piuttosto travagliata e dolorosa. All’età di diciotto anni fu vittima di uno spaventoso incidente che le cambiò drasticamente la vita. Il bus su cui viaggiava venne schiacciato contro un muro da un tram e lei uscì viva per miracolo da quell’incidente, ma minata nella salute. La colonna vertebrale le si spezzò in tre punti nella regione lombare; si frantumò il collo del femore e le costole; la gamba sinistra riportò 11 fratture; il piede destro rimase slogato e schiacciato; la spalla sinistra restò lussata e l’osso pelvico spezzato in tre punti. Inoltre, un corrimano dell’autobus le entrò nel fianco e le uscì dalla vagina. Subì 32 operazioni chirurgiche. Dimessa dall’ospedale, fu costretta ad anni di riposo nel letto di casa, col busto ingessato. Riuscì a camminare, ma dovette sopportare tremendi dolori per l’intera vita.

Morì il 14 luglio 1954 all’età di 47 anni.

 

 

 

 

Mi auguro che l’uscita sia allegra e spero di non tornare mai più

Frida Kahlo

 

 

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