Phantomatìk

 

Phantomatìk

di GIANLUCA AGOMERI

 

Casa Editrice: GDS Edizioni
Prezzo ebook: 3,49 euro
Prezzo cartaceo: 14,32 euro
Numero Pagine cartaceo: 313
Genere: Urban fantasy / spionaggio

 

Sinossi:

La criminalità organizzata si sta rafforzando e i Servizi Segreti faticano a seguirne le tracce. Un misterioso giustiziere mascherato dalla forza sovrumana, nel frattempo, combatte una battaglia personale contro la malavita. Eroe o fuorilegge? È il dilemma che presto dovrà affrontare Miriam Piccoli, agente operativo dell’Intelligence il cui destino si intreccerà con quello del superuomo dall’identità sconosciuta. Intanto, la temuta banda criminale della Signora si prepara a colpire…

 

Estratto:

“Anche stavolta abbiamo fatto il pieno di letame, capo!” disse con non celato disprezzo l’agente De Carli mentre l’ultima delle auto della polizia partiva a sirene spente e lampeggianti accesi con un rumoroso, quanto inutile, stridio di pneumatici. Il mento infossato nel bavero del cappotto e un cappello di lana che copriva gran parte dei suoi riccioli castani, se ne stava ingobbito per trattenere un po’ di calore.
L’alba era ancora lontana e, dopo un’intensa nottata di lavoro concitato, finalmente calò una quiete benedetta dai pochi che erano ancora sul posto.
“Già, altri sette. Di cui uno ridotto piuttosto male, direi.” rispose Marcello Vanni. Alto funzionario dei Servizi Segreti, da anni lavorava dirigendo i suoi uomini da dietro una scrivania e mai avrebbe pensato di ritrovarsi sul campo alla veneranda età di sessantuno anni. Prese un fazzoletto di carta da un pacchetto semivuoto e si soffiò il naso con fragore, maledicendo l’umidità e il freddo di quella notte di novembre in cui, dopo essere stato sbattuto giù dal letto, si era ritrovato in un parcheggio vuoto di un supermercato in un quartiere popolare di Roma. Il tutto semplicemente per costatare la presenza di sei uomini legati come salami, ai quali si accompagnava un cadavere col collo torto in maniera innaturale, ma senza alcuna traccia del colpevole, neanche a cercarla col microscopio. Da quando episodi come questo si erano moltiplicati e i Servizi continuavano a brancolare nel buio, aveva dovuto, suo malgrado, abbandonare il comodo tepore del suo ufficio per mettere la sua esperienza al servizio dei suoi collaboratori più giovani. Senza grandi risultati, in verità.
“Ti riferisci a quell’orso di un metro e novanta col collo spezzato? Giuro che se non è stato Ercole in persona, io…” riprese Mimmo De Carli.
“Lascia stare i giuramenti, non è stato Ercole. Certo che per immobilizzare quell’energumeno, mettergli un braccio intorno alla gola e piegare quel collo che sembrava un tronco di quercia, dovevano essere almeno in quattro. Pure grossi, direi.”
“Invece era uno solo e pure piccolo, stando alla testimonianza degli altri sei sopravvissuti, che per essere vivi sono vivi, ma ci vorrà abbondante gesso per rimetterli in piedi. Da solo li ha stesi tutti e sette, è saltato addosso a quel disgraziato, reo di aver impugnato una pistola, gli ha preso la testa con le due mani e… crac!”
“Hai ragione, è difficile da credere.” commentò dubbioso Vanni. “Corrisponde esattamente, però, a quanto hanno riportato le vittime (chiamiamole così) dei precedenti episodi. Un individuo di media statura, corporatura esile, vestito di nero dalla testa ai piedi, il volto mascherato. Nessun dettaglio in più, troppo fulminei i suoi attacchi per dare il tempo di osservarlo meglio. Dotato inoltre di una forza mostruosa. Da dove accidenti salta fuori?”
“Demone dell’Inferno o angelo del Paradiso? Una delle due.” rispose De Carli mentre si passava un dito sui baffi per togliere l’umidità accumulatasi.
“Faccio francamente fatica ad associarlo a un angelo.”
“Devi però ammettere che ci sta risolvendo non poche grane.”
“Per te forse.” obiettò Vanni. “A me sta venendo un’ulcera. E… E…” S’interruppe restando appeso per qualche istante, prima di esplodere uno starnuto. “Accidenti a lui!”
Due ore e mezzo passate nell’umidità notturna stavano facendo effetto.
“Cinquantadue criminali appartenenti a una delle più pericolose bande d’Italia consegnati su un piatto d’argento, legati, imbavagliati e pronti alla cella: mi sembra un buon servigio, non credi?” osservò De Carli.
“Pronti alla cella, ma non prima di un passaggio obbligato all’ospedale. Tra quei cinquantadue, poi, ce ne sono cinque che mi sembravano più pronti per l’obitorio, per dirla tutta.”
“Dettagli.”
“A casa mia si chiama omicidio. Di criminali, feccia della società, ma pur sempre omicidio.” sbottò Vanni rimproverando il collega.
“Troppi anni dietro una scrivania, sei diventato tenero.”
“Io non…” cercò di replicare Vanni, ma fu interrotto dalla suoneria del suo telefono cellulare. Non poté trattenere un gesto di sconforto quando vide apparire il nome di Cesare Ruggerio, il capo dei capi dell’Intelligence italiana. “Buonase… No, nessuna novità… Sì, stessa dinamica, semp… Purtroppo nessun indizio, noi… Ci stiamo attivando per… Sì certo, ti terrò infor… Faremo del nostro meglio… No… Sì certo, finora non siamo stati all’altezza ma… Capisco… Ti prometto…”
“Sembrava arrabbiato, sbaglio?” commentò divertito De Carli quando l’altro ebbe riattaccato.
“Fammi mettere le mani in torno al collo di quel pupazzo mascherato e poi vedi che fine gli faccio fare io!” sbottò Vanni, ingoiando una pasticca da una boccetta marrone. “Mi farà venire l’ulcera, maledetto lui!”
Si diressero insieme alla macchina di De Carli, parcheggiata poco più in là, lasciando sul posto solo due tecnici in camice bianco incaricati di nascondere i segni di sangue prima che arrivasse gente e di trovare qualche traccia utile sull’asfalto illuminato dai lampioni, anche se era chiaro a tutti che non ne avrebbero trovate. Vanni si girò un’ultima volta, pensieroso, a osservare l’asfalto dove fino a poche ore prima giacevano sette criminali messi fuori combattimento; poi, tenendosi il cappello che copriva una testa su cui non restavano che pochi ciuffi di capelli grigi sui lati, aprì la portiera e si accomodò.

 

Biografia dell’autore

GIANLUCA AGOMERI. Nato a Roma tanto tanto tempo fa (non mi basta il fiato per spegnere più di quaranta candeline), vivo e lavoro all’estero (prima in Francia, poi in Inghilterra).
Quando racconto con orgoglio ai miei colleghi di aver pubblicato il mio romanzo Phantomatìk, tutti mi guardano con occhi sgranati: davvero un Ingegnere Aerospaziale può possedere una vena artistica? Impossibile, direte. Apparentemente, però, tra un calcolo e un algoritmo ci può scappare uno spazietto anche per quello.
Scrivo fantasy da una quindicina di anni e, tra romanzi terminati ma mai pubblicati e romanzi mai terminati, il mio cassetto è già stracolmo. Dopo aver vinto qualche premio in concorsi per racconti brevi, ho deciso di creare un personaggio diverso dal mio solito: così è nato Phantomatìk (il nome non è un’idea mia, ma di uno dei personaggi del romanzo, come si scoprirà leggendo!).
Per me, scrivere è divertente. Essere pubblicato è un motivo di orgoglio. Avere un papà come primo lettore è impagabile!

 

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