Come non scrivere

Come non scrivere

Consigli ed esempi da seguire, trappole e scemenze da evitare quando si scrive in italiano

di Claudio Giunta

318 pagine
6 – 7 ore di lettura
87,000 parole in totale
Casa editrice UTET
Genere: Saggistica e varia, Lingue e consultazione, Scrittura ed editoria, Composizione e scrittura creativa

 Di che cosa parla l’opera

Al lavoro: schede, memorandum, presentazioni. A scuola: temi, tesine, relazioni. Nel privato: post su Facebook, email personali, chat sul cellulare. Sarà anche l’epoca degli audiovisivi e della comunicazione in tempo reale, ma non abbiamo mai scritto tanto. E più dobbiamo scrivere, meno sembriamo capaci di farlo. Ma, mette subito in chiaro Claudio Giunta all’inizio del libro, «non s’impara a scrivere leggendo un libro sulla scrittura, così come non s’impara a sciare leggendo un libro sullo sci. Bisogna esercitarsi: cioè leggere tanto (romanzi, saggi, giornali decenti), parlare con gente più colta e intelligente di noi e naturalmente scrivere, se è possibile facendosi correggere da chi sa già scrivere meglio di noi». E quindi? Non potendo insegnare come si scrive, Claudio Giunta prova a spiegarci come non si scrive, passando in rassegna gli errori, i tic, i vezzi, le trombonerie e le scemenze che si trovano nei testi che ogni giorno ci passano sotto gli occhi: dall’antilingua delle circolari ministeriali alle frasi fatte dei giornalisti, dal gergo esoterico degli accademici e dei politici al giovanilismo cretino della pubblicità… Ma in questo slalom tra sciatterie e castronerie Giunta trova per fortuna il modo di contraddire la sua dichiarazione iniziale, perché insegnare Come non scrivere significa anche dare delle utili indicazioni su come si scrive: per ogni cattivo esempio se ne può trovare uno buono da opporgli, per ogni vicolo cieco argomentativo c’è una via di fuga creativa, e spesso basta un punto e virgola per risolvere una frase ingarbugliata. In questo anti-manuale spregiudicato, arguto e divertente, nella tradizione di Come si fa una tesi di laurea di Umberto Eco ma aggiornato all’era di Google, scopriamo che per scrivere bene bisogna ripartire da un po’ di affetto per la nostra bistrattata lingua italiana, ma soprattutto bisogna tenere a mente poche regole di buon senso: se scriviamo lo facciamo perché qualcuno ci legga, capisca quel che vogliamo dire e, se possibile, non si annoi a morte. Sembra facile, no?

 

UN ESTRATTO

 

Prima di cominciare

IN ESERGO

Se potete, resistete alla tentazione di mettere le citazioncine in esergo, le frasi epocali che vorrebbero far capire al lettore quanto siete colti e profondi. È puerile, fa pensierino delle scuole medie. O se proprio è necessario mettetene una, un paio al massimo. Evitate l’ovvio: le frasette di Coelho, le frasone di Foucault. Evitate di mettere citazioni in lingua: è da snob. Se volete proprio metterle, e non sono immediatamente comprensibili anche a chi non conosca l’inglese o il tedesco o il greco antico, traducetele in nota. È una gentilezza nei confronti del lettore, ed essere gentili non è mai uno sbaglio.
Evitate anche di dirle voi, le parole memorabili da depositare lì sulla soglia, per impressionare il lettore; evitate le dediche scritte su questo tono:

A chi non teme il dubbio
a chi si chiede i perché
senza stancarsi e a costo
di soffrire di morire
A chi si pone il dilemma
di dare la vita o negarla
questo libro è dedicato
da una donna
per tutte le donne

 

TRE LEGGI

Legge di Borg

Una volta il giornalista Roberto Gervaso fece questa domanda al grande tennista Björn Borg: «La impegna di più un set con Lendl o un set con McEnroe?» (insieme a Borg, i due più forti tennisti dell’epoca). Rispose Borg: «Mi impegna tutto, anche un set con mio nonno». La prima cosa da tenere a mente, quando si scrive, è: bisogna impegnarsi. Ed è una buona norma anche quando si scrive un’e-mail, anche quando si scrive la lista della spesa. Se ci si impegna in queste cose semplici, cioè se si è accurati, scrupolosi, precisi, si sarà accurati, scrupolosi e precisi anche nelle cose più complesse e importanti. Chiameremo questa legge, la prima delle tre che ci daremo, Legge di Borg.

Legge di Silvio Dante

In una delle tante scene memorabili dei Soprano (cercate Gerry whacked in YouTube), il mafioso Silvio Dante è al ristorante col mafioso Gerry Torciano, che di lì a poco verrà ammazzato. Gerry vuole dire qualcosa a Silvio, ma lo fa con circospezione, dice e non dice, perché non sa bene come reagirà Silvio. A un certo punto Silvio, esasperato, lo ferma: «Wanna say something? And say it then, Walt fucking Whitman, over here!». Walt fucking Whitman, over here! Silvio Dante ha ragione, come sempre: i poeti come Walt Whitman possono parlare in maniera complicata, oscura (anche se Whitman in realtà non è affatto oscuro: ma lo è per Silvio, che non frequenta molto la poesia…); chi parla o scrive per farsi capire deve parlare e scrivere chiaro. Voi, a meno che non scriviate poesie, scrivete per farvi capire, dunque la seconda cosa da tenere a mente è: scrivete chiaro. È una regola che – come la Legge di Borg – non conosce eccezioni. Chiameremo questa seconda legge Legge di Silvio Dante.

Legge di Catone

La terza e ultima cosa da tenere a mente, quando si scrive, è condensata in una famosa massima latina: Rem tene, verba sequentur, cioè (come diremo più avanti, è quasi sempre meglio non usare il latino, quando si scrive in italiano) «Se conosci la cosa di cui vuoi scrivere, le parole verranno da sole». Vuol dire che difficilmente si riesce a scrivere di qualcosa che non si conosce: o meglio, se si scrive di qualcosa che non si conosce si finirà inevitabilmente per fare finta di sapere, per volerla dare a bere al lettore, e questa necessaria finzione ci renderà confusi e fumosi. E vuol dire che, se conosciamo bene un argomento, troveremo anche le parole per spiegarlo. Molte persone, che magari non hanno mai letto un libro, diventano straordinariamente faconde quando si tratta di raccontare una partita di calcio o di parlare di una canzone o di un film che amano: perché parlano di qualcosa che sta loro a cuore e che conoscono molto bene (per questo, a scuola, una cosa saggia da fare almeno ogni tanto è chiedere allo studente che proprio non riesce a mettere insieme due righe sui Sepolcri di Foscolo di scriverne una decina su qualche sua passione, che sia il calcio o il rap o il motociclismo: è probabile che se la caverà bene). Dunque non c’è proprio alternativa: per scrivere bene della poesia di Petrarca, o del cinema di Kubrick, o della storia del Novecento bisogna conoscere bene Petrarca, Kubrick e la storia del Novecento. La terza cosa da tenere a mente è perciò: per scrivere bene di una cosa, bisogna averla studiata seriamente. Chiameremo questa terza legge Legge di Catone, perché è al retore Catone che la frase Rem tene, verba sequentur viene attribuita.

Queste sono le tre cose, le tre leggi da tenere a mente, ogni volta che si prende la penna in mano, o si comincia a digitare sulla tastiera.

COME SCRIVERE, DOVE SCRIVERE

Ci vuole silenzio? Non è detto. Io (dirò parecchie volte ‘io’ in queste pagine, e non per narcisismo ma perché per spiegare una cosa è naturale ricorrere anche alla propria esperienza, e parlare delle proprie virtù e dei propri difetti: sull’uso dell’io nei nostri scritti cfr. del resto pp. 209-214), io studio e scrivo ascoltando la radio, o con la Tv in sottofondo. Altri invece hanno bisogno di assoluto silenzio. Non c’è regola. Ma soprattutto se si è giovani e si ha scarsa capacità di concentrazione è sano limitare le distrazioni. Può darsi che sia possibile scrivere Alla ricerca del tempo perduto anche seduti sulle gradinate di uno stadio durante un derby, ma Proust l’ha scritto barricato in casa, con le pareti coperte di sughero per assorbire i rumori esterni (i rumori della Parigi degli anni Dieci: carrozze a cavalli e fruttivendoli). Se siete più bravi di Proust, non avete bisogno di consigli; se siete meno bravi, considerate seriamente la possibilità di staccarvi da Facebook e da Whatsapp per qualche ora. Il comico Louis C.K. (incontreremo ancora il suo nome in questo libro, perché è uno di quelli che sanno davvero come si scrive un testo) ha risposto così a una domanda della rivista “Rolling Stone” (aprile 2013) sul modo in cui scrive:

“Uso un computer che non è connesso a internet. Perché la possibilità di muovere un dito di meno di un millimetro e guardare un video porno o la nuova Porsche, o un intero film – c’è Il buio oltre la siepe: mettiamoci seduti e guardiamocelo tutto! – è troppo. Perciò, per avere qualche chance, devi mettere qualche ostacolo tra te e questa possibilità. Quando, mentre scrivo, sono costretto a fermarmi, ho un momento di agitazione, ed ecco, quella specie di prurito porta a qualcosa di nuovo, a una nuova ispirazione. Ma se invece ti dai per vinto e ti metti a comprare qualcosa online, stai derubando te stesso […]. La cosa peggiore che sta succedendo ai ragazzi è il fatto che li stanno privando dei loro momenti di disagio.
«… li stanno privando dei loro momenti di disagio». Vale per molti casi della vita, ma vale soprattutto per la scrittura. Scrivere vuol dire incontrare delle difficoltà, dei problemi da risolvere, problemi che richiedono riflessione, fatica anche fisica. Se anziché stare nel disagio e cercare di uscirne trovando l’idea giusta, la frase giusta, andate su YouTube a vedere i video dei cani (io lo faccio in continuazione, ormai potrei scrivere un piccolo trattato sull’etologia del corgi), non riuscirete mai a finire il vostro lavoro, o lo finirete male, affrettatamente. Lasciate stare internet per un po’, mettete il vostro smartphone in un’altra stanza, silenziate le notifiche su Facebook, concentratevi su ciò che state facendo.
Petrarca scriveva con una penna d’oca debitamente tagliata e sagomata, con una piccola fenditura sulla punta che veniva intinta nell’inchiostro. D’Annunzio scriveva con una penna stilografica, cioè con un bastoncino di metallo provvisto di un serbatoio all’interno del quale era contenuto l’inchiostro. All’inizio del Novecento le cose hanno cominciato a cambiare, perché la macchina da scrivere ha permesso a tutti di scrivere in maniera più rapida, pulita, leggibile. Da circa un quarto di secolo è diventato normale scrivere al computer, e naturalmente la gran parte dei documenti a cui lavorerete (tesi, articoli, relazioni per l’ufficio) saranno scritti al computer, e stampati con una stampante. Ma, se dovete scrivere qualcosa di importante, sarebbe meglio non scrivere direttamente al computer. Pochi sono in grado di scrivere bene, se lo fanno direttamente al computer: e se state leggendo questo libro voi non siete tra questi. Come scrivere, allora? Tutti i metodi sono buoni quando sono buoni, ma ecco il mio. Io scrivo il primo abbozzo di un testo (per esempio le pagine che state leggendo) su un foglio di carta, poi quando ho un mucchietto di fogli scritti e un po’ di tempo copio questi fogli sul computer. Mentre copio, cambio qualcosa, faccio dei piccoli ritocchi, ritorno sulle frasi che non mi soddisfano, faccio qualche aggiunta. Inoltre, nei vari stadi della stesura, consulto libri o articoli, apro altri file, cerco appunti o citazioni che potrebbero migliorare il testo che sto scrivendo, e insomma studio; ma soprattutto penso e ripenso a quello che devo scrivere. Alla fine stampo una nuova versione del mio testo e la correggo a penna; poi riporto le correzioni nel file. Stampo, e quella è, più o meno, la versione definitiva (che non è mai veramente definitiva: il computer invita alla revisione continua, e non è detto che sia un male). Troppa fatica? Ma la fatica – ricordiamoci della Legge di Borg – paga. Questo è un ricordo di V.S. Naipaul sul suo esordio da narratore:… la stesura del pezzo richiese due o tre settimane di lavoro […]. Scrissi prima a penna, poi con una macchina dell’ufficio, correggendo e ricorreggendo, allungando a bella posta il tempo dedicato alla scrittura. Naipaul ha cominciato così, e nel 2001 ha vinto il Premio Nobel per la letteratura. Non sempre va così, si capisce, ma qualche volta sì.
Scrivere su carta ha un vantaggio ulteriore. Mentre per scrivere al computer bisogna, di solito, stare seduti su una sedia, con davanti un tavolo o una scrivania, scribacchiare qualcosa su un foglio di carta si può fare ovunque, anche in piedi in metropolitana, o in spiaggia sotto l’ombrellone. Anche camminando, se uno porta con sé un quaderno. Io rientro nella categoria degli ipercinetici, cioè riesco a pensare, a concentrarmi meglio quando sono in movimento. Perciò, mentre scrivo, giro per casa; oppure, quando non riesco a scrivere, esco e faccio una passeggiata, o vado a correre, o vado in palestra a fare un corso di ginnastica di quelli che fanno sudare; in tasca o nello zaino ho spesso un foglio di carta, perché camminando o correndo o agitando le mani a tempo durante il corso di Total Body Workout mi viene in mente come scrivere un periodo, come correggere un periodo insoddisfacente (non è che smetto di fare ginnastica ed estraggo carta e penna dai pantaloncini, non sono matto: lo faccio alla fine dell’ora). Non è una tecnica che funziona per tutti, immagino; ma per me funziona.2
Trovate anche voi le vostre condizioni ideali, che possono essere molto diverse dalle condizioni ideali di qualcun altro: Andrea Camilleri ha raccontato di riuscire a scrivere i suoi gialli soltanto in mezzo al frastuono dei nipoti; David Foster Wallace ha scritto molti dei suoi racconti in una biblioteca di quartiere, in mezzo agli studenti; uno dei miei scrittori preferiti, Tommaso Labranca, ha scritto il suo romanzo Haiducii a un tavolo del McCafè di Porta Venezia a Milano («Pagando due euro un meraviglioso menù di brioche e cappuccini, potevo stare un intero pomeriggio»: l’intervista si trova in rete); e un numero infinito di articoli, saggi, romanzi è stato scritto al tavolo di un bar. Intervistato da Annalena Benini (“Il Foglio”, 24 giugno 2017), uno dei migliori scrittori italiani di oggi, Edoardo Albinati, ha spiegato perché preferisce scrivere a penna (una Tratto Pen, per l’esattezza):
Il computer crea troppe fibrillazioni e distrazioni, con il quaderno posso andare ovunque, non mi metto a sbirciare le e-mail, non verifico niente, ed è comunque il contrario dell’isolamento. Le sollecitazioni che ricevi sono fisiche, non virtuali.
È giusto: come abbiamo già detto, il computer, specie se è connesso alla rete, distrae, e per scrivere è meglio pensare a una cosa sola: alla scrittura. Ma questo – per tornare all’alternativa silenzio/confusione – non vuol dire che sia necessario il raccoglimento. Continua Albinati:

Quando i miei figli erano piccoli, e la vita domestica una baraonda, ho imparato che posso e quindi devo scrivere ovunque, in qualsiasi momento. Allora poggiavo la macchina da scrivere sulle ginocchia. Quando lessi che Giovan Battista Vico ha scritto la Scienza Nuova in un tugurio con i bambini che gli si appendevano alle gambe e al tavolo, mi sono entusiasmato: ecco, si deve fare così. L’idea di quello che si isola nella baita di montagna se no non lavora, mi fa un po’ ridere.
Giusto anche questo: si può scrivere in qualsiasi situazione. Ma naturalmente stiamo parlando di fiction, dove basta un foglio e una penna, mentre per un saggio o una tesi o un riassunto – che in genere prendono spunto dalla lettura di uno o più libri, a volte difficili da capire – ci vuole un po’ più di concentrazione. E non è che la Scienza Nuova di Vico sia un modello di prosa cristallina…

IL PARERE DELLA CRITICA

«Un vademecum istruttivo e divertente.» – Paolo Di Stefano, Corriere della Sera
«Il bello scrivere? Imparalo da Borg.» – la Repubblica
«Un anti-manuale che insegna a scrivere in modo corretto passando in rassegna gli errori, i tic e i vezzi dei testi che incontriamo ogni giorno… Ci aiuta a comunicare in maniera veloce ed efficace senza essere mai banali.» – Donna Moderna
«Un testo ricchissimo in cui ragiona con autorevolezza, umorismo e senza arroganza su che cosa sia la lingua e come la trattiamo.» – Il Foglio
«Sono convinto che la paura sia alla radice di quasi tutta la cattiva scrittura.» Stephen King
«Se conosci la cosa di cui vuoi scrivere, le parole verranno da sole.» Catone il Censore
«Ho letto il tuo racconto. Non mi sembra male, ma devi smetterla di usare troppi aggettivi.» Roald Dahl
«La impegna di più un set con Lendl o un set con McEnroe?» «Mi impegna tutto, anche un set con mio nonno.» Bjorn Borg

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