Gengis Khan – Il Figlio del Cielo

 

GENGIS KHAN

Il figlio del Cielo

L’epopea del più grande condottiero della storia

 di Franco Forte

 

Gengis Khan – Il figlio del Cielo
Oscar Bestseller Mondadori
700 pagine, Euro 12,00. Ebook: 4,49 euro

 

Sinossi del romanzo

“Tu sei Khan, adesso, Gran Signore dei Mongoli. E noi ti chiameremo Gengis, il Guerriero Perfetto”.
Così venne definito l’uomo che è stato il più grande condottiero che la storia umana ricordi, un imperatore intelligente e tenace, un guerriero furbo e imbattibile, un sovrano illuminato, un conquistatore di terre il cui dominio andava al di là di ogni più vasta ambizione umana.
Gengis Khan, nato cento anni prima di Marco Polo, in quello che i cinesi definiscono l’anno del Cavallo, ha saputo estendere il suo dominio sui popoli e sui territori del continente asiatico, dal Mar della Cina al Mar Nero e al Mediterraneo, dalla Siberia all’Himalaia. Tutta l’Asia cadde sotto il dominio di Gengis Khan e dei suoi successori. Un impero più vasto di quello dell’antica Roma, di Napoleone e di Alessandro Magno messi insieme, che si arrestò alle porte dell’occidente solo perché Gengis Khan non voleva contaminare il suo regno con la mollezza della civiltà europea, e che condizionò in modo preponderante la storia e la cultura della Cina, del Tibet, della Persia, della Russia e dell’Europa, diffondendo ovunque, dopo gli anni del terrore, quella onesta e tollerante propensione alla pace e al buon regno che passò alla storia come Pax Mongola.
Il nome di questo formidabile condottiero è noto a tutti, ma ben pochi conoscono le sue gesta e lo stile di vita del popolo dei mongoli, che regnarono su tutto il continente asiatico senza mai rinunciare alla loro tradizione nomade e tollerando tutte le forme di religione, ma imponendo le leggi di Gengis Khan ai popoli asserviti e tenendo in scacco l’occidente per oltre duecento anni.
La storia della vita di quest’uomo e l’epopea della sua maturazione e delle imprese di conquista alla guida del suo popolo sono un misto di storia e leggenda che si contendono tutto il fascino di uno dei periodi più devastanti, e al contempo più edificanti, della storia umana.
Mai nessuno ha vissuto al pari di Gengis Khan, e la cronaca delle sue avventure è la più affascinante e spettacolare delle storie che possano essere raccontate. L’epopea di un uomo, del suo popolo e del più vasto impero che mente umana ricordi.

“Tu sei Khan, adesso, Gran Signore dei Mongoli. E noi ti chiameremo Gengis, il Guerriero Perfetto”.

La trama del romanzo

Gengis Khan, figlio di Yesughei il Valoroso, Khan dei Kiyati e primo propugnatore dell’unità delle numerose tribù mongole che si aggiravano per la steppa a nord del deserto del Gobi, nacque nell’agosto del 1162 dal ventre della bellissima e orgogliosa Hülün, della tribù Olqonut, e regnò incontrastato fino al 1226, quando morì per le conseguenze di una caduta da cavallo durante una battuta di caccia.
Fin da bambino, seguendo la tradizione del grande popolo nomade della steppa, fu lasciato solo a se stesso in compagnia dei suoi coetanei, con i quali doveva disputarsi quotidianamente il cibo avanzato dagli adulti.
Le leggi spietate dei tartari erano chiare, in proposito: se un bambino riusciva ad arrivare all’età adulta con le proprie forze, senza alcun aiuto da parte dei genitori, significava che godeva della benedizione degli dei e che le esperienze terribili che era stato costretto a passare avrebbero fatto di lui un guerriero forte e privo di ogni timore. Se invece soccombeva, neppure i suoi genitori avrebbero pianto sulla sua tomba, perché questo significava che gli dei lo consideravano indegno di diventare un uomo.
Quando il destino decise di fare incontrare la giovane Hülün con il valoroso Yesughei, khan della tribù kiyata, non si trattò soltanto del principio di un amore che si rivelò più forte di qualsiasi difficoltà della vita, ma anche il primo e vigoroso atto della nascita di un bambino che secondo le profezie degli antichi saggi sarebbe diventato il conquistatore del mondo.
Gengis Khan, il cui nome da fanciullo era Temugin, crebbe astuto e spietato, sempre pronto a imparare dalle disavventure dei suoi coetanei e abile a intrecciare una fitta rete di rapporti con gli eredi degli altri clan mongoli che un giorno avrebbero regnato insieme a lui sulla steppa.
All’età di quattordici anni suo padre decise di metterlo severamente alla prova, e Temugin si trovò ad affrontare Razar e Finer, i due feroci cani di Yesughei addestrati a uccidere. Dopo il primo istante di panico, il giovane guerriero dimostrò tutto il suo coraggio e la sua astuzia soggiogando i cani e riuscendo a mettersi in salvo. Questo convinse Yesughei che il ragazzo era pronto per diventare adulto, e dopo avergli fatto domare il suo primo cavallo lo accompagnò presso la lontana tribù dei qongghirat affinché si trovasse una moglie.
Lì Temugin conobbe Börte, la figlia del capo qongghirat, e i due s’innamorarono perdutamente. Yesughei fece ritorno dalla sua famiglia e lasciò Temugin al campo della tribù alleata perché dimostrasse il suo valore e potesse essere ritenuto degno di sposare la figlia di un capo.
Ma mentre il giovane si prodigava per risaltare agli occhi del khan qongghirat, giunse la notizia che Yesughei era stato avvelenato da una banda di tartari. Temugin fu costretto ad abbandonare Börte e a correre al capezzale del padre, ma quando vi arrivò Yesughei era già morto e l’unità delle tribù sotto il suo comando compromessa.
Temugin cercò di proclamarsi successore di Yesughei, ma gli altri capi tribù lo ritennero troppo giovane, e ognuno di loro dichiarò la propria indipendenza. Rimasto solo con la propria famiglia, Temugin trascorse l’inverno tra mille disagi, e proprio quando sembrava in grado di poter ricominciare a espandere la sua tribù venne attaccato dal rivale Targhutai, che voleva imporsi come capo supremo dei mongoli.
Costretto a fuggire, Temugin trascorse molti anni combattendo Targhutai e le altre tribù che cercavano di imporsi, e il suo coraggio in battaglia, la sua forza e la sua intelligenza fecero correre ben presto il suo nome in tutta la steppa, facendo accorrere sotto i suoi stendardi molti giovani guerrieri desiderosi di gloria che lo consideravano il nuovo capo supremo destinato a mettere in atto l’unità del loro popolo.
Ye Liu Ciutsai, un vecchio saggio cinese, seguiva da tempo le imprese di Temugin che, secondo le antiche profezie, era destinato a diventare l’imperatore oceanico, il signore di tutte le genti.
L’espansione di Temugin e della sua tribù nella steppa si fece inarrestabile, e nell’arco di qualche anno riuscì a imporsi sul suo popolo e a farsi eleggere khan dell’antica tribù dei kiyati. Ora Temugin poteva tornare da Börte, la sua promessa sposa, che l’aveva aspettato senza mai perdere fiducia in lui, e rapirla secondo il rituale che avrebbe consacrato il loro matrimonio.
Da Börte Temugin ebbe i figli che considerò suoi unici eredi, nonostante durante il corso della sua vita sposò una decina di donne ed ebbe cinquecento concubine.
Ora per Temugin c’era un nuovo compito da assolvere, una promessa fatta a suo padre: riunire tutte le tribù mongole sotto un unico stendardo per creare l’esercito più forte del mondo. Vi riuscì nel corso di alcuni anni travagliati, durante i quali combatté i suoi vecchi amici e i suoi fratelli di sangue, in cui venne ferito quasi a morte e incontrò donne affascinanti e misteriose, in cui dovette debellare complotti e tradimenti e dimostrare a tutti di essere colui che gli dei avevano designato come loro imperatore.
Quando finalmente Temugin venne eletto Khan dei mongoli, unico loro signore, assunse il nome di Gengis, il Guerriero Perfetto.
Le profezie si erano avverate, e ormai niente e nessuno sarebbe riuscito a ostacolare l’espansione di Gengis Khan nel mondo.
Ci provò inizialmente lo stregone Yin Shoa, spinto dall’impeto della vendetta, ma dopo avere ingaggiato con lui una battaglia nel regno delle tenebre e averlo sconfitto, Gengis ebbe campo libero per cominciare la conquista del più grande regno della storia, a partire dall’affascinante e misterioso impero del drago cinese.
La lotta con il Re d’Oro, l’imperatore della Cina, fu terribile e senza risparmio, ma alla fine Gengis riuscì a impadronirsi della ricca terra del drago.
A quel punto Gengis poté rivolgersi a occidente, verso quei territori barricati dietro le vette del Pamir di cui i mercanti tessevano grandi lodi.
Dopo un tentativo d’intrattenere rapporti commerciali con lo Sciah di Persia, fu costretto a rispondere a un attacco proditorio che gli diede l’occasione d’invadere l’occidente.
I mongoli erano guerrieri ottimamente addestrati, feroci e inarrestabili, e ben presto Samarcanda, Bukhara, la Persia e tutti i territori dall’India al Mar Caspio caddero sotto gli zoccoli del cavallo di Gengis Khan.
Ma l’imperatore mongolo era un uomo lungimirante, e credeva in un unico dio signore di tutte le cose, che ogni popolo chiamava secondo le sue credenze: il Cristo nestoriano, l’Allah musulmano, il Grande Cielo Azzurro dei tartari. Gengis Khan non cercò mai di imporre le proprie credenze religiose ai popoli sottomessi, ma diffuse capillarmente la propria organizzazione amministrativa e le proprie leggi.
Quando il suo regno si assestò, riuscì a realizzare un imponente apparato governativo attraverso l’utilizzo della scrittura, che impose ai suoi sudditi e ai suoi comandanti. Creò una moneta con cui uniformare gli scambi delle merci, organizzò gli eserciti secondo gerarchie militari di altissimo livello, formulò delle leggi a cui tutti si sottomisero con la massima fedeltà, e nonostante l’incredibile vastità del suo impero riuscì a regnare con una lungimiranza e una inflessibilità che mai nessun altro regnante nella storia riuscì a eguagliare.
Anche dopo la morte di Gengis Khan i territori da lui conquistati erano amministrati con tanta efficienza che i suoi discendenti non ebbero difficoltà a tenerli sotto controllo, e anzi poterono espandere il regno ancora per migliaia di chilometri, raggiungendo quasi tutte le terre a quel tempo conosciute. Quando Marco Polo, quasi un secolo dopo la nascita di Gengis Khan, raggiunge le lontane terre del Catai, fu ricevuto dal sovrano Kubiliai Khan, che altri non era che uno dei tanti nipoti di Gengis.
Alla sua morte, il grande condottiero venne condotto fino alle pendici del monte Burkan Kaldun, dove lui stesso aveva ordinato che venisse sepolto, e per centinaia di chilometri lungo il percorso del corteo funebre ogni forma di vita, dagli insetti agli esseri umani, venne uccisa per onorare l’imperatore e accompagnarlo nel regno del Cielo Eterno.

 

INTERVISTA comparsa su il Corriere di Brescia

Per gentile concessione dell’autore

 

Ciao Franco, mi indicheresti il costo del libro in cartaceo (un volume o due) e se c’è in e-book?

Il libro è un Oscar Bestseller, 700 pagine, 12 euro. Sarà disponibile anche in ebook a 4,49 euro.

 Cosa ti ha spinto a scrivere la biografia romanzata di Gengis Khan, uno dei più grandi condottieri e sovrani della storia?

Ne sono rimasto affascinanto fin da bambino, quando guardando una cartina su un libro che comparava l’impero di Gengis Khan alla sua massima espansione con quello di altri famosi imperi, ho scoperto che quello di Gengis era stato più vasto di quelli di Roma antica, Alessandro Magno e Napoleone messi insieme. Un’impresa immane, non solo per conquistare un territorio così vasto, ma soprattutto per governarlo e mantenerlo unito, cosa che a Gengis Khan è riuscita benissimo.

 In questa nuova edizione di 700 pagine per gli Oscar Bestsellers Mondadori molte parti sono state riscritte. Potresti dirci quali sono state le protagoniste di questa operazione e perché?

Il romanzo è nato sulla fine degli anni ’90 con un’edizione in tre volumi per la collana “I Faraoni” di Mondadori. Poi è stato pubblicato in una versione paperback in due volumi, rimaneggiata per l’occasione. Adesso, dovendo uscire in un’unica edizione piuttosto imponente, ho preferito rimetterci mano e sistemarlo in diverse parti, per alleggerirlo di tante cose che erano state previste per la altre edizioni, ma anche per aggiungere alcune parti che erano state accantonate.

 Come sei riuscito a far convivere in questa biografia la tematica bellica e politica che ha reso grande Gengis Khan con la sua dimensione umana e privata?

E’ la caratteristica di tutti i miei romanzi storici, che si parli di Gengis Khan oppure di Nerone, di Annibale o di Caligola, che è il protagonista del romanzo che sto scrivendo adesso. Ritengo infatti che sia impossibile disgiungere la parte emotiva, personale, intima, di questi grandi condottieri, dalle loro imprese, dalle gesta che li hanno fatti diventare dei protagonisti della storia. Anzi, sono proprio le emozioni personali e la dinamica degli eventi privati, a fare la differenza tra narrativa e storiografia. I miei sono romanzi, e dunque l’anima dei personaggi è essenziale per dare valore a tutto e per andare oltre la semplice cronaca degli eventi storici.

 Il sottotitolo Il figlio del cielo è stato oggetto di un sondaggio che hai fatto in FB. I tuoi lettori hanno preferito quello che compare in copertina. Che significato ha in relazione alla storia narrata e soprattutto concorda con la tua scelta iniziale?

Sì, era uno dei sottotitoli possibili. Gli altri due, che a me piacevano allo stesso modo, erano “L’imperatore oceanico” e “Il guerriero perfetto”. I miei lettori hano scelto “Il figlio del Cielo”, e a me ha fatto piacere accontentarli. Ecco una dimostrazione pratica di quanto Facebook possa essere utile a un autore.

 Quanto è importante ancora oggi per la popolazione mongola la figura di Gengis Khan?

Moltissimo. Anzi, direi che non hanno molto altro da ricordare e di cui andare fieri. E fanno bene a custodire e rinnovare la memoria di questo imperatore, perché è unico nella storia umana.

 Qualche anticipazione sul tuo prossimo nuovo lavoro?

A fine giugno uscirà il secondo romanzo della serie dedicata a Niccolò Taverna, notaio criminale che indaga in una Milano del 1500 devastata dalla peste. Si intitola “Ira Domini – Sangue sui Navigli”.

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L’autore

Franco Forte nasce a Milano nel 1962. Giornalista, traduttore, sceneggiatore, editor delle collane edicola Mondadori (Gialli Mondadori, Urania e Segretissimo), ha pubblicato i romanzi Il segno dell’untore, Roma in fiamme, I bastioni del coraggio, Carthago, La Compagnia della Morte, Operazione Copernico, Il figlio del cielo, L’orda d’oro – da cui ha tratto per Mediaset uno sceneggiato tv su Gengis Khan –, tutti editi da Mondadori, e La stretta del Pitone e China killer (Mursia e Tropea). Per Mediaset ha scritto la sceneggiatura di un film tv su Giulio Cesare e ha collaborato alle serie “RIS – Delitti imperfetti” e “Distretto di polizia”. Direttore della rivista Writers Magazine Italia (www.writersmagazine.it), ha pubblicato con Delos Books Il prontuario dello scrittore, un manuale di scrittura creativa per esordienti. Il suo sito: www.franco-forte.it

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