La nemica

Buongiorno! Oggi il blog propone un romanzo storico dedicato a un personaggio controverso, la Contessa Jeanne ed la Motte. Ladra, truffatrice o semplicemente nemica della Regina Maria Antonietta? E che cosa ha scatenato la sua rabbia e la sua sete di vendetta? Chiunque abbia visto il cartone animato Lady Oscar la ricorderà bene. E allora perchè non ritrovarla e approfondirne la conoscenza attraverso le pagine di questo romanzo?

 

La nemica

Brunella Schisa

Editore: Neri Pozza
Collana: I narratori delle tavole
Anno edizione:2017
In commercio dal:16 novembre 2017

Pagine:428 p., Brossura

  • EAN: 9788854511095

Periodo/Luogo/Soggetto: XVIII secolo, Francia.

Parigi 1786, il furto di un favoloso collier di diamanti spianerà la strada alla Rivoluzione dell’89 e alla fine dell’Ancien Régime

Sinossi

Parigi, giugno 1786. Il silenzio del mattino è trafitto da uno strillo roco, disperato. Cercando di farsi largo tra la folla che affluisce al Palazzo di Giustizia, il giovane Marcel de la Tache, giornalista alle prime armi, si trova dinnanzi a uno spettacolo senza precedenti: migliaia di persone circondano il patibolo sopra cui si dibatte una donna con le vesti stracciate. Da sola tiene testa a quattro uomini. Soltanto il boia di Parigi, Henri Sanson, un gigante con un grembiule di cuoio, un berretto di pelo e una frusta in mano, se ne sta tranquillo accanto a un braciere fumante, pronto a infliggere alla prigioniera il marchio del disonore. Chi è quella tigre inferocita? E quale delitto orrendo ha commesso per essere condannata alla pubblica fustigazione e marchiata a fuoco come una ladra? Marcel de la Tache lo ignora. Impressionato e, suo malgrado, affascinato dalla bellezza di quella belva selvaggia, si interessa al caso. Scopre che la condannata è Jeanne de la Motte, un’avventuriera con il sangue dei re Valois nelle vene. Si è macchiata di tre gravi reati: furto, falso e lesa maestà. La donna, fingendo di agire per conto di Maria Antonietta, ha convinto il grande elemosiniere di Francia, il cardinale Rohan, a comprare e consegnarle un favoloso collier di diamanti con oltre seicento pietre tra le più belle d’Europa. Ammaliato dalla donna che ha infangato il nome della regina, frodato il cardinale Rohan e l’intera Francia, Marcel decide di farle visita in carcere. Una scelta destinata a condurlo su strade pericolose quando Jeanne gli chiederà di aiutarla a evadere. Attraverso una prosa elegante e agile, Brunella Schisa fa rivivere nelle sue pagine la più grande truffa del XVIII secolo, a opera di uno dei personaggi femminili più affascinanti della storia: Jeanne Valois, contessa de la Motte, che nei suoi memoir si firmava «la nemica mortale» di Maria Antonietta.

 

È la voce di Madame de la Motte, soltanto la sua, ad avere provocato le atrocità del 14 luglio e del 5 ottobre.
Honoré de Mirabeau

Nessuna regina, in tempi di onnipotenza, è stata calunniata tanto pubblicamente; più si era certi che non avrebbe punito, più le offese si moltiplicavano. È noto che è stata l’oggetto di numerosi atti di ingratitudine, di migliaia di libelli e di processi rivoltanti.
Madame de Staël, “Riflessioni sul processo della regina”

Prologo

Il marchio del disonore
21 giugno 1786

Il primo grido sembrò l’urlo sgraziato di un gabbiano. Marcel alzò lo sguardo e vide volteggiare uno stormo di uccelli dietro un’imbarcazione che procedeva lentamente verso il Pont Neuf. Sul molo, un esercito di scaricatori scendeva dalle barche ormeggiate con pesanti casse sulle spalle e le caricava sui carri in attesa. Accelerò il passo, lo zio lo aveva pregato di essere puntuale e non voleva indispettirlo. Il silenzio del mattino fu trafitto da una voce disumana, uno strillo roco, disperato, da ghiacciare le vene. Sarà qualche condannato sulla forca, pensò il giovane e, invece di attraversare il ponte, tornò indietro e si diresse verso il Palazzo di Giustizia, dove un flusso di gente convergeva, nonostante l’ora mattutina. Giunto al cancello della Cour de Mai, capì che sarebbe arrivato in ritardo alla Gazette. Migliaia di persone circondavano un patibolo alto due metri, sopra si dibatteva una donna con le vesti stracciate. Tre sbirri e un tizio con un abito grigio con bottoni di ferro si affannavano a tenerla ferma. Soltanto un uomo dalla statura enorme, con un grembiule di cuoio, un berretto di pelo e una frusta in mano rimaneva calmo accanto a un braciere fumante. Marcel lo riconobbe subito, tutta la città conosceva il boia di Parigi Henri Sanson.
Cercò di farsi spazio pestando i piedi e sgomitando. L’aria tiepida di quel primo giorno d’estate, già impregnata dell’odore dei corpi sudati, prometteva un evento eccezionale. Alzò lo sguardo verso le finestre del palazzo gremite di spettatori. Non c’era un centimetro libero nemmeno sulla scalinata della Conciergerie. Tutto il quartiere della Cité sembrava essersi dato appuntamento per non mancare allo spettacolo. Chi era quella tigre inferocita? Quale delitto orrendo aveva commesso per essere frustata e marchiata col fuoco? Il giovane lo ignorava. Per troppi mesi era stato lontano da Parigi, lo zio lo aveva spedito a Londra a fare pratica in un giornale diretto da un suo amico, ed era tornato a casa da meno di una settimana. Cercò tra la folla un volto noto da interrogare, ma non riconobbe nessuno. Accanto a lui, un uomo con le braghe linde, un giustacuore di raso e scarpini di velluto tremava di sdegno: «Coprite quella troia, ci sono degli innocenti!» berciò.
In effetti, la disgraziata aveva le vesti lacerate; i seni, le cosce e le spalle erano esposti alla curiosità morbosa degli spettatori. La frusta del boia le aveva squarciato i vestiti ma non lo spirito. Sembrava che la disperazione non riuscisse a degradarla. Adesso, in quattro cercavano di metterla in ginocchio ma lei, pur avendo le mani legate, con uno slancio repentino riuscì a liberarsi e a scappare. Un urlo rabbioso, misto a sollievo si levò dal pubblico. La platea sembrava divisa, una parte tifava per i carnefici, un’altra per la condannata. Che fossero a favore o contro la tortura di quella poveretta, erano tutti curiosi e la curiosità, come la sete, andava soddisfatta. L’infelice riuscì a malapena a scendere due scalini del patibolo prima di essere fermata dalle baionette degli sbirri e trascinata di peso sul palco.
Marcel provò ad avanzare ancora. Una popolana con una cuffietta sudicia in testa sbraitava: «Abbasso la Motte! Eccola lì la falsaria!» e, per cercare la sua approvazione, gli soffiò in faccia una risata cattiva investendolo del puzzo di denti marci. Il giovane scartò di lato per sfuggirle e nel pigia pigia riuscì a raggiungere una carrozza cui era attaccato un cavallo, il solo testimone indifferente al drammatico spettacolo. Salì su una ruota per seguire meglio la scena e ciò che vide lo traumatizzò. La donna mordeva, tirava calci e con una forza sovrumana stracciava con i denti la giacca di una guardia che nella colluttazione aveva perduto la parrucca. Per tenerla ferma le fu assestato un colpo nei garretti e cadde in ginocchio.
Dalla prima fila uno spettatore vestito di nero latrò: «Allora, vogliamo farla finita? In cinque non riuscite a domare una femmina?»
La condannata si fermò per prendere fiato, poi riprese a strepitare. Rivolta alla folla ringhiò: «Questa è la ricompensa della regina a una sua fedele amica!» Scalciava, si divincolava e aveva ancora fiato per spolmonarsi. «Che Parlamento è questo che manda sul patibolo un’innocente! E voi, che gente siete a permettere che si tratti così il sangue dei Valois?»
Nonostante il volto deformato dal dolore, quella femmina furibonda era di una bellezza selvaggia, i seni esposti promettevano un corpo pieno e sodo, i capelli biondi le cadevano a ciocche disordinate sulla fronte.
«Liberatemi!» ruggì alla folla, e a Marcel sembrò che si rivolgesse direttamente a lui.
«Tacete!» le intimò un signore con la toga e un tocco sulla testa sventolando dei fogli. Era Maurice le Breton, il cancelliere della Corte di Giustizia, il giovane giornalista lo conosceva bene.
«Tacete!» ripeté le Breton paonazzo.
«Vigliacchi! Siete tutti dei vigliacchi che non fate nulla per impedire la tortura di un’innocente!» urlò la donna ormai sgolata, ma la sua voce si perse nel baccano.
«È proprio necessario marchiarla a fuoco?» chiese una pescivendola sudicia e puzzolente.
«Sì, è una bugiarda schifosa, una nemica della regina! Una falsaria! Una ladra!» ribatté una vecchia dalla faccia dannata dalla miseria.
Come se l’avesse udita, la condannata trovò la forza di gridare: «Se avessi detto quanto so della regina, adesso non sarei sul patibolo! Il mio errore è stato tacere, per questo merito il martirio».
Fu l’ultima frase che riuscì a pronunciare perché in tre le si precipitarono addosso, la misero a pancia a terra, la tennero ferma per la nuca e la imbavagliarono.

L’autrice

Brunella Schisa, è nata a Napoli. Dopo aver lavorato come traduttrice, esordisce nella narrativa nel 2006 con il romanzo La donna in nero (Garzanti) che riceve numerosi riconoscimenti tra i quali il Premio Rapallo. Giornalista di Repubblica, ha curato per anni la rubrica dei libri sul Venerdì, cui adesso collabora. Tra le sue opere Dopo ogni abbandono (Garzanti, 2009) e La scelta di Giulia (Mondadori, 2013).
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