Se sembra impossibile allora si può fare

Se sembra impossibile allora si può fare

di Beatrice Vio

204 pagine
4 – 5 ore di lettura
56,000 parole in totale
RIZZOLI LIBRI, ottobre 2017
ISBN: 9788858691298
Lingua: Italiano
Ebook 9,99 €
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Chiunque incontri Bebe, o anche solo la veda in tv, rimane incantato dall’energia positiva che sprigiona a ogni parola, ogni gesto, ogni sguardo. Come si spiega questo suo modo di essere che le ha permesso non solo di superare difficoltà apparentemente insormontabili, ma anche di raggiungere eccezionali traguardi sportivi? Sembra un mistero. Invece, se si leggono gli spassosissimi racconti dei tanti episodi raccolti in questo libro, si scopre che Bebe affronta ogni genere di ostacolo utilizzando strumenti e risorse che ciascuno di noi ha a disposizione… anche se spesso non se ne accorge nemmeno!
Innanzi tutto, Bebe è da sempre consapevole che bisogna trovarsi un sogno da perseguire con la massima passione: per esempio, lei ha iniziato a cinque anni a desiderare con tutte le sue forze di andare alle Olimpiadi. Per raggiungere la propria meta è fondamentale poi imparare a collaborare con gli altri, fare squadra, chiedere aiuto perché «da solo non sei nessuno». Ma ci sono anche tanti altri alleati a portata di mano: l’ironia, la capacità di rimanere “scialli”, il saper fare tesoro delle critiche positive stando però attenti a quelle cattive e agli haters. E persino la paura, un’emozione normalissima, può essere gestita: basta sapere come prenderla.

 

 

Scritto con lo stile spontaneo e frizzante che contraddistingue Bebe, Se sembra impossibile, allora si può fare è una lettura che può ispirare e confortare persone di tutte le età, dai giovanissimi, che possono rispecchiarsi nella sensibilità e nel linguaggio fresco di una ventenne, agli adulti che si trovano a combattere battaglie quotidiane, magari impercettibili agli altri ma ugualmente gravose e impegnative.

 

Un giorno durante le medicazioni mi metto a gridare: «Io mi suicido!». Mio padre cosa mi dice? «Ma smettila! E goditi quello che hai perché la vita è una figata.» (No, mio padre non è pazzo. E sì, la capacità di guardare sempre oltre l’ostacolo e buttarla sul ridere è una dote di famiglia.) Così non sono morta e ho capito che papà aveva ragione.

 

INTRODUZIONE
IN GUARDIA, PRONTI… A VOI!

 

Ciao, sono Bebe!
Ho vent’anni e la mia vita è un po’ un casino.
Si può dire casino in un libro? Boh, comunque la mia vita è davvero un po’ un casino, ma un bel casino.
Nel senso che faccio un sacco di cose: la mia vita è una figata!
Forse avete già sentito parlare di me, ma se non mi conoscete posso dirvi che sono una grafica, una schermitrice e, niente, a undici anni ho avuto la meningite. Sono sopravvissuta, anche se hanno dovuto amputarmi le braccia sotto il gomito e le gambe sotto il ginocchio. Dopo 104 giorni in ospedale, sono tornata a casa e grazie alla mia famiglia e alle mie tre S, cioè la scherma, la scuola e gli scout, sono rinata.
E poi, sì, ho vinto due medaglie alle Paralimpiadi di Rio 2016, il Mondiale nel 2015, l’Europeo nel 2014 e nel 2016 e ho fatto tutto il resto, compreso un selfie con Obama e un sacco di altre cose che vi racconterò.
Quello che mi domandano tutti è come abbia fatto, come abbia potuto una tenera e indifesa ragazzina di undici anni senza braccia e senza gambe ricominciare a vivere e raggiungere certi obiettivi.
Vi sembra impossibile? Be’, tanto per cominciare, con o senza gambe e braccia, io non sono mai stata tenera e indifesa, ma sono sempre stata quella che mia madre definisce una «rompiballe strozzabile».
A due anni, quindi molto prima della meningite, al grido di: «Io posso fare tutto quello che io voglio fare!» mi sono caricata una valigia grossa il triplo di me, anche se mamma mi diceva che no, non potevo proprio portarla da sola (poi mi sono ribaltata giù dalle scale, ma almeno ci ho provato).
A undici anni, quando appunto ho avuto la meningite e hanno dovuto amputarmi, più che tenera e indifesa, mi sono sentita male, molto male fisicamente, intendo.
Specie a casa, quando avevo ancora tutte le ferite aperte e i miei genitori e mio fratello Nico mi facevano le medicazioni. Il problema era che senza gli antidolorifici che mi davano in ospedale, sentivo davvero un male assurdo, tipo strapparsi cento cerotti tutti insieme da un sacco di ferite aperte su tutto il corpo.
Comunque, per farvela breve, un giorno durante le medicazioni mi metto a gridare: «Io mi suicido!». Mio padre cosa mi dice? «Ma smettila! E goditi quello che hai perché la vita è una figata.» (No, mio padre non è pazzo. E sì, la capacità di guardare sempre oltre l’ostacolo e buttarla sul ridere è una dote di famiglia.)
Così non sono morta e ho capito che papà aveva ragione.

La vita è una figata!

La prima figata di tutte è la mia fantastica famiglia che adoro.
Ma anche la scherma lo è: ho avuto un colpo di fulmine a cinque anni e non l’ho più lasciata.

Lo è il mio lavoro come grafica.
Lo è vivere da sola.
Lo sono i miei amici.
Lo è parlare con le persone.
Lo è viaggiare attorno al mondo.

E saranno una figata tutte le cose che devo ancora fare: le Paralimpiadi di Tokyo 2020, quelle di Parigi 2024 e quelle di Los Angeles 2028, l’università e la casa che avrò, avere dei figli, adottarne almeno altri tre e costruire una mia gigantesca famiglia.
E no che non sarà facile. Ma a chi piacciono le cose facili? Ed è questa la mia fortuna: ho capito che, anche se non è facile, se vuoi ottenere qualcosa devi darti da fare, se vuoi realizzare un sogno, se vuoi raggiungere un obiettivo di qualsiasi tipo, se vuoi godertela

devi veramente darti da fare.

Finora io ci sono riuscita: mi sono data parecchio da fare e me la godo, sempre e in tutto.
Ma non è che godermela voglia dire solo vincere una medaglia alle Olimpiadi, andare a cena alla Casa Bianca o finire sulla copertina di una rivista.
Vuol dire anche che, tipo, è stupendo quando parto per qualche gara internazionale e devo fare un volo lungo, così posso bere tutti i succhi di pomodoro che voglio e guardare film uno dietro l’altro. Il mio preferito? In Time, ma anche Point Break nella versione nuova e Mamma mia.
Oppure è stupendo quando sono a casa e posso guardare la TV dal divano, che è una cosa che può sembrare banale, ma io me la godo davvero tanto perché ultimamente a casa riesco a starci poco. Oltre ai film, io adoro le serie, tipo Una mamma per amica l’ho vista e rivista dall’inizio alla fine e ho visto così tante puntate di Grey’s Anatomy che ormai sono un medico anch’io.
Magari a voi non piace la TV ma, che ne so, vi piace leggere.
Allora godersela vuol dire che avete fatto quello che dovevate fare e adesso avete anche solo dieci minuti per buttarvi sul divano a leggere.
Io non lo farei mai, ve lo dico, perché non mi piacciono i libri, o almeno non mi piace leggerli.
Scriverli, invece, mi piace solo per quello che vi dicevo prima: io ho avuto la fortuna di capire presto che bisogna darsi da fare per realizzare i propri sogni e godersi la vita, così adesso cerco di dirlo a più persone possibili.
Ecco perché ho accettato di scrivere questo libro, per dirlo chiaro a tutti, non importa se giovani o adulti, con tutti i pezzi o con qualche pezzo in meno:

bisogna darsi da fare, ragazzi.
Non perdetevi niente,
godetevi ogni secondo,
godetevi ogni cosa.

Io lo faccio tutti i giorni, da quando mi alzo al mattino a quando metto in carica le protesi delle mani alla sera.
Potete riuscirci anche voi!
Che ne dite? Garetta?

 

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