Colazione da Lamù: La rappresentazione del cibo negli animanga. Parte quinta.

 

 

 

Colazione da Lamù: La rappresentazione del cibo negli animanga

Di

Claudio Cordella

 

 

Avevamo lasciato il signor Moroboshi affamato e senza soldi, costretto a nutrirsi solo di ramen istantaneo, dopo aver litigato con la consorte.

È solo con questa pasta precotta che il povero Ataru no Chichi, squattrinato e affamato, dovrebbe saziare il proprio appetito senza aver la minima possibilità di aggiungerci nient’altro. Un simile intreccio non rappresenta un unicum, pure in altri casi i riferimenti alla dimensione onirica possono procedere di pari passo con quelli attinenti alla gastronomia così come alla sfera sessuale.

Si prenda a titolo esemplificativo l’Ep. 191, Cibo a volontà, nel corso del quale abbiamo modo di assistere a un sogno di Ataru in cui il ragazzo, costretto come tutti i giovani giapponesi a recarsi a scuola anche nel bel mezzo dell’estate, mentre dorme sogna di gustarsi una prelibata colazione servita da un harem di splendide fanciulle.

Una fuga da una triste realtà, costituita da una canicola opprimente e da pranzi immangiabili preparati con gli avanzi, che è subito pronta ad assalirlo una volta sveglio: «In una giornata calda come questa cucini zuppa di miso? E non c’è neanche tanto miso qui dentro, l’unica cosa saporita qui è il sale e questa pasta di grano è così sottile che potrebbe entrare nel guiness dei primati. […] E che senso ha costringermi a mangiare questa sbobba di riso e grano? E che cosa sono queste cose nere? Sono sicuro che sono le patate bruciate di ieri sera, vero? […] Non ho mai detto che non voglio mangiare, ma non credi che avresti almeno potuto cucinarmi un uovo, visto che sto per affrontare una dura giornata di lezione e fuori c’è un’afa che si muore?». Nonostante l’indiscutibile atteggiamento querulo e infantile dell’insoddisfatto Ataru, non abbiamo difficoltà ad ammettere come quel miscuglio di miso (pasta di soia fermentata) e avanzi bruciacchiati che gli viene posto dinnanzi sembri essere tutt’altro che una prelibatezza. Eppure il nostro protagonista deve rassegnarsi a inghiottirlo se non vuole uscir di casa digiuno. Inoltre la pratica di mescolare il riso con il grano non è una trovata di questa casalinga, quanto piuttosto un retaggio culinario del Giappone tradizionale, il quale aveva anche lo scopo di rendere la pietanza facilmente afferrabile con gli hashi, le bacchette che servivano da posate: Charles J. Dunn, Everyday Life in Traditional Japan, 1969; tr. it. La vita quotidiana nel Giappone del periodo Tokugawa 1600-1868, Milano 1998, pp. 210-211.

Il che però non cambia la natura della disgustosa sbobba che viene servita, d’altro canto sappiamo come la povera madre di Ataru faccia già i salti mortali per far quadrare il magro bilancio familiare dei Moroboshi, quindi è difficile immaginare che possa permettersi di cucinare qualcosa di diverso per i suoi cari. La gentile offerta da parte di Lamù di preparargli di persona la colazione, a causa delle difficoltà che ha quest’ultima con la gastronomia terrestre, servono solo a gettarlo nel panico. Il suo compagno di classe Megane, un nerd occhialuto e maniacale (non a caso il suo nome significa “occhiali”), è assai più fortunato di lui ma non per questo sembra essere più felice. Quest’ultimo finisce per essere letteralmente ossessionato da quel che gli viene servito in tavola: «Salmone e uovo crudo, melanzane in salamoia, zuppa di miso istantanea e riso freddo, che guerra di sapori! Usando il riso come nucleo del pasto e mettendolo insieme alle verdure in salamoia e alla zuppa di miso, si otterrebbe un’alleanza di gusti in grado di sfidare gli altri cibi. Il fatto è che sia il salmone che l’uovo sono molto saporiti, che sfida!». Se Megane è capace di perdersi al mattino presto in questi solitari monologhi deliranti a base gastronomica, anche l’aristocratico Shutaro Mendo, un alunno della sua medesima classe appartenente a una ricchissima famiglia di pazzoidi, è capace di lagnarsi della sofisticata colazione che gli viene servita, lamentandosi della monotonia delle portate e dello scarso amore con cui vengono preparate dai suoi servizievoli domestici con l’aiuto di un computer.

Fortunosamente Ataru, Lamù e tutti i loro compagni, oppressi dalla fame (essendo stati costretti a seguire le lezioni saltando il pranzo), troveranno uno sfogo ai loro impellenti bisogni alimentari grazie ad un manufatto alieno, capace di materializzare a richiesta qualsivoglia genere di portata.

La soluzione a tutti i loro problemi, incredibile quanto inaspettata, degenererà in un autentico delirio (complicato dalla presenza del monaco ghiottone Sakurambo, zio della dottoressa Sakura, la responsabile dell’infermiera scolastica). Una caotica sarabanda mangereccia che nulla ha a che invidiare ai sogni fatti da Ataru a cui poco prima si accennava, talmente assurda da rivelare la sua sostanziale natura onirica. Poco importa che il cibo che viene continuamente evocato, creando alla fine un immondo miscuglio assai poco appetitoso, provenga in realtà dalla dispensa di un vascello extraterrestre, ogni cosa è così inverosimile (a partire dalla ciotola “magica” caduta sulla Terra) che solo all’interno di un sogno potrebbe esser presa sul serio. Del resto al termine di Cibo a volontà gli alieni si riprendono quel che era di loro proprietà ma i nostri eroi, teletrasportati assieme alle cibarie nelle viscere dell’astronave di questi ultimi, continuano imperterriti a mangiare come ossessi e finiscono con l’esser classificati come voraci parassiti. Nel precedente centottantasettesimo episodio, Un colpo di sole, il fulcro dell’intreccio ci serve su di un piatto d’argento mondi paralleli e fairy tales, all’interno di uno scenario surreale nel quale hanno grande importanza le anguille grigliate servite con il riso.

 

 

 

 

Si tratta di un tipico piatto estivo secondo le usanze nipponiche, in base alle quali consumare le carni di questo pesce aiuta a contrastare gli effetti dell’afa. Qui in particolar modo non sono solo i soliti protagonisti di Lamù ad esserne ghiotti, come la vorace Sakura, ma anche alcune fate allo stadio larvale, bisognose di un tale alimento per poter crescere e compiere la necessaria metamorfosi. Yamazaki, rivaleggiando sul versante onirico con Oshii, condisce il tutto con inesplicabili sequenze extra-narrative, come quelle relative a una bella ragazza che cammina baciata dalla luce di un abbacinante sole estivo, tra candide nuvole e un cielo azzurro, intenta a compiere una tranquilla passeggiata e a bere un drink dissetante. Rivelandoci nel finale, con un magistrale colpo di scena, come le folli avventure con le quali ci ha intrattenuto sino a quel momento non siano state nient’altro che una serie di allucinazioni avute da Ten, il piccolo cuginetto di Lamù, colpito da una violenta insolazione a causa di un’imprudenza. Tralasciando simili esempi, attinenti all’umoristico e al picaresco, l’azione del cibarsi può perdere qualsiasi connotazione di carattere estetico, così come di giocosità e di appagamento dei sensi, per diventare qualcosa di infinitamente più serio. Già all’interno di un classico dell’animazione come Kidō Senshi Gandamu (Mobile Suit Gundam) di Yoshiyuki Tomino, ambientato nel corso di un conflitto fittizio ma dai risvolti crudi e realistici, comuni a ogni guerra moderna, le vettovaglie sono qualcosa che consente di continuare a combattere, ovverosia di avere una chance di poter sopravvivere oppure no. In base a tale ottica, come possiamo constatare sin dal quarto episodio (Fuga da Luna 2), il rapportarsi con il mangiare è di carattere esclusivamente utilitaristico: «Così come le armi hanno bisogno di munizioni, noi dobbiamo rifornirci di cibo altrimenti saremo come una pistola senza proiettili». Vale a dire che, qualora i rifornimenti lo consentono, si mangia tutto quello che si può, indipendentemente dalla sua quantità e qualità, solo per poter assumere le calorie necessarie a reggersi in piedi in modo da poter partecipare al prossimo combattimento al meglio delle proprie forze. Una situazione di certo non invidiabile ma che è senz’altro migliore di quella dei giovanissimi protagonisti di Una tomba per le lucciole di Takahata, ai quali non viene garantita alcuna razione giornaliera. Al contrario costoro finiscono con l’essere doppiamente discriminati poiché orfani, dunque sono privi di un adulto che sia in grado di proteggerli, inoltre le loro esistenze di bambini vengono giudicate come inutili alla luce dello sforzo bellico del Giappone. La loro quotidianità, in una maniera progressiva quanto ineluttabile, si trasforma un giorno dopo l’altro in una lotta sempre più feroce contro la fame e la denutrizione.

Il pensiero del dover riuscire a procurarsi qualcosa mangiare, dell’aver qualcosa (non importa che cosa) da metter sotto i denti, diventa ossessivo e totalizzante, nient’altro sarà più importante della disperata ricerca di una qualsivoglia fonte di nutrimento da ottenersi a qualsiasi prezzo.

Arrivando persino a correre quei rischi che in passato, quando avevano una casa ed entrambi i loro genitori erano in vita, sarebbero apparsi come del tutto inconcepibili; dal darsi al saccheggio notturno dei campi sfidando l’ira e le botte dei contadini, all’intrufolarsi di giorno nelle abitazioni vuote nel corso delle incursioni aeree americane. Una guerra contro l’inedia che si svolge parallela a quella combattuta dai soldati sui campi da battaglia che questo duo, composto da un ragazzino e dalla sua sorellina, non sarà purtroppo in grado di vincere. Nella Tomba per le lucciole ciò di cui ci nutriamo incarna la vita stessa, nonché la cura e la protezione che i più piccoli e i più deboli avrebbero diritto di ricevere per poter sopravvivere ma che la società, cinica e spietata, talvolta nega loro spingendoli nel baratro della morte. Profondi significati simbolici emergono anche in Shuna no tabi (1983), letteralmente “Il viaggio di Shuna”, manga realizzato interamente a colori da Miyazaki, ambientato in un’estensione fiabesca del Tibet persa nello spazio e nel tempo. Il fulcro della narrazione, ispirato da una leggenda tibetana riguardante la metamorfosi di un principe in animale, dal punto di vista antropologico è definibile come una storia di carattere fondativo, ovverosia tale da render conto della genesi di uno o più pilastri di una certa forma di civilizzazione. Qui ci imbattiamo in una popolazione di montanari che vive in una vallata d’alta quota, le loro abitazioni sono miseri tuguri arroccati alle pendici delle vette come muschio e complessivamente la loro povertà è grande. L’allevamento di una specie di caprini e la semina di uno speciale tipo di frumento capace di germinare a quelle fredde altitudini non bastano a tener lontano lo spettro dell’indigenza.

 

 

 

Tutto cambia quando il giovane Shuna soccorre un misterioso viaggiatore, un anziano giunto tra questi montanari quando ormai è allo stremo delle forze. Le cure che gli vengono prontamente prestate non bastano a salvargli la vita ma costui, poco prima di spirare, ha modo di raccontare di una terra remota e di un nuovo tipo di cereale la cui coltivazione potrebbe rivoluzionare le esistenze di questi poveretti. A riprova della veridicità delle sue parole il vecchio mostra alcuni semi custoditi in un sacchetto di pelle, per tutti i presenti quei grossi chicchi dorati costituiscono il miraggio di poter conseguire un’inedita abbondanza. È Shuna colui che si incarica di intraprendere la difficile ricerca di quei luoghi e di quelle piante, la sua non sarà di certo una missione semplice non solo a causa della lunghezza e dei pericoli del viaggio in sé, quanto piuttosto per la sua intrinseca natura prometeica.

Il grano che il nostro bravo montanaro va cercando non è una normale graminacea, quanto piuttosto una pianta speciale che viene sorvegliata e coltivata da esseri soprannaturali.

Secondo il mito greco fu Prometeo a rubare il fuoco a Zeus per farne dono all’umanità, incorrendo in tal modo nella punizione divina. Ebbene quel che si propone di fare Shuna è assai simile, alla fine sarà davvero colpito da una maledizione, una malattia dell’animo da cui però sarà in grado di guarire. La sua odissea, tralasciando le avventure collaterali come la liberazione di una coppia di principesse da un manipolo di schiavisti, si conclude con la conquista della nuova pianta, eroicamente sottratta ad una razza di giganti verdi, la quale d’ora in poi potrà garantire la sopravvivenza della comunità. In Shuna no tabi è nel corso di un bivacco notturno che il principe Shuna incontra un misterioso monaco, lì nel bel mezzo di alcune rovine il vecchio saggio lo spingerà a lottare contro un manipolo di schiavisti e a liberare le loro vittime.

 

 

 

 

L’anziano si accosta al suo fuoco, mangia qualcosa di riscaldato alle braci, molto probabilmente una patata o forse un qualche tipo di pane, dopo di che lo incita a combattere contro i trafficanti di esseri umani. Questa scena, ripresa in modo quasi filologico, la ritroviamo in due successivi lungometraggi dello Studio Ghibli. Il mediocre Gedo Senki (I racconti di Terramare), diretto da Gorō Miyazaki, uno dei figli di Hayao, non rappresenta solo una conclamata attestazione di incompetenza artistica ma è anche un bizzarro miscuglio nel quale le suggestioni provenienti dalla saga fantasy di Earthsea (Terramare) dell’americana Ursula K. Le Guin si sposano infelicemente con quelle provenienti da Shuna no tabi. Certo il sensei, sin dai tempi dell’animanga Nausicaä della Valle del vento, aveva dimostrato di esser stato influenzato dalla produzione di autori del calibro di Frank Herbert (Dune) e della Le Guin, i cui mondi fantastici erano fortemente radicati nell’antropologia e nell’ecologia. Ciò nonostante l’amalgama risultante dalla forzata unione di stilemi, sia narrativi che iconografici, così eterogenei tra di loro non sembra che sia stato né dei più esaltanti, né eseguito con tutte le accortezze del caso. Si ha la forte impressione di trovarsi difronte ad un disordinato bazar del fantastico, riempito a casaccio da cima a fondo di tutto quello che ci si poteva gettare dentro. Ad ogni modo in Gedo Senki è il mago Ged che bivacca in compagnia del parricida Arren, dopo che il primo salva la vita al secondo i due incominciano a viaggiare assieme e anch’essi scelgono di pernottare nei pressi di alcuni ruderi.

In tal frangente lo stregone gentile offre al suo nuovo giovane protetto, colpevole dell’accoltellamento del padre, il re di quelle terre che ha colpito a morte per ignoti motivi, una spessa fetta di pane che taglia con il suo coltello.

Al momento del loro incontro l’assassino, da principio inseguito da un branco di lupi famelici, si era rassegnato all’idea di finire tra le loro fauci quale espiazione per le proprie colpe. Inutile dirlo, l’intervento risolutore di Ged cambierà ogni cosa, costringendo il giovane ad intraprendere un percorso di maturazione e di accettazione di sé. Curiosamente, il paesaggio dai forti connotati suggestivi e romantici in cui avviene questo salvataggio, punteggiato dai relitti di una flotta arenatisi ai limiti di un deserto che si confonde con la spiaggia, rimanda alle tavole di Shuna no tabi più che alle pagine della Le Guin. Laddove nel fumetto a colori di Hayao ci imbattiamo in una nave, si tratta di un incredibile ammasso di legno e pietra, una costruzione solitaria tra le dune abitata da una tribù di selvagge donne antropofaghe. Shuna, casualmente fermatosi nei paraggi, dapprima si presenta alle abitanti come uno stanco viaggiatore alla ricerca di cibo e riposo. Subito dopo, invece di pernottare nel luogo indicatogli, preferisce allontanarsene avendo intravisto dei cumuli di ossa tra i fasciami del vascello-casa. Dato che alcune di queste parevano avere un’origine umana, considera infida la loro offerta di ospitalità, preferendo piuttosto bivaccare in solitudine tra le sabbie desertiche.

 

 

 

 

Tale accorgimento non gli risparmierà però nè l’esser assalito nel cuore della notte, nè il dover combattere per la propria vita, lottando allo stremo contro queste invasate cannibali sino a scacciarle una volta per tutte. Similmente, in Gendo Senki Ged dapprima si accorge dei resti dei pasti dei lupi nella stiva di un relitto, dopo di che scorge un gruppo di belve lanciato all’inseguimento di Arren, quindi interviene tempestivamente in difesa del ragazzo che sembrava ormai essersi arreso al suo destino. Eppure già nel 1997 con Mononoke il vecchio maestro in persona ci ha proposto un quadretto analogo, in quel caso è il principe maledetto Ashitaka, costretto a lasciare la sua gente e a vagare per cercare una cura al male che sta divorando le sue carni, a fare un singolare incontro. Dapprima riceve l’aiuto di un monaco nel corso di un baratto, riuscendo in tal modo a scambiare una pepita per del riso, successivamente viene messo sull’avviso da quest’ultimo riguardo ad alcuni briganti, intenzionati a derubarlo e a ucciderlo. Accetta la sua esortazione alla fuga, incamminandosi in sua compagnia per un tratto di strada. Nel corso della notte i due si fermano nel bel mezzo di ciò che è rimasto di un villaggio, distrutto da una catastrofe naturale oppure da una delle innumerevoli battaglie feudali che in quel periodo insanguinavano il Giappone dell’epoca. A venir cucinato sul fuoco è il riso comprato da Ashitaka con una delle sue pepite, consumato in una ciotola tradizionale del popolo Emishi, il che identifica immediatamente il nostro eroe come appartenente a tale etnia. Concludiamo questa nostra rassegna citando l’eroe senza nome di Kodoko no gurume (Gourmet), manga antologico composto da alcuni racconti a tema mangereccio e culinario ad opera di Masayuki Qusumi/Kusumi (testi) e di Jiro Taniguchi (disegni), incentrato sulle avventure mangerecce di un ignoto buongustaio che talvolta si sofferma a ricordare il proprio passato dinnanzi alle peculiari fragranze sprigionate da questo o quel piatto. Un eccentrico che seppur mangi spesso da solo, un po’ come abbiamo già visto fare dal pilota di Porco Rosso, lo ritroviamo sempre in compagnia dei suoi pensieri e tra le pareti di ristoranti d’ogni tipo, da quelli di classe in cui vengono serviti raffinati manicaretti alle più modeste bettole dei quartieri popolari. Anzi, all’onor del vero questa buona forchetta non disdegna nemmeno cibi precotti e snack, come possiamo dedurre dalla lettura di diversi episodi di questa serie. Alla quale dobbiamo aggiungere anche l’antologia  Kodoko no gurume 2 (Gourmet 2), una raccolta che riunisce tutte le storie edite dopo il 1997 in maniera aperiodica sulle pagine della rivista  Weekly Spa!.

Ebbene è nel soddisfare il suo bisogno di mangiare, tale per cui le sue lunghe giornate da libero professionista sono punteggiate da tutte queste pause alimentari, che quest’uomo esprime se stesso nel modo più libero possibile.

Padrone di una piccola ditta di import/export, nel corso del quindicesimo episodio lo ritroviamo a lavorare da solo in ufficio sino a tardi. Stanco e affamato, quando sono le due di notte decide che è venuta l’ora per lui di concedersi uno spuntino, d’altra parte per forza di cose dovrà sgobbare ininterrottamente sino al mattino successivo. Decide allora di recarsi a fare degli acquisti in un vicino supermercato aperto a orario continuato, il suo girovagare tra gli scaffali di prodotti alimentari, soppesando questa o quella confezione, cercando gli abbinamenti più giusti per le sue esigenze, trasformano questo suo vagabondare tra i corridoi quasi completamente deserti del negozio in una festa. Alla fine, tra una confezione di riso da farsi scaldare in negozio e dell’oden (un tipo di minestra invernale) comprato all’ultimo minuto alla cassa, questo modesto uomo d’affari si rende conto di aver speso non poco in cibarie. Trasformata la sua scrivania in una tavola da pranzo improvvisata, sceglie quella che considera una colonna sonora adeguata, inizia a mangiare a quattro palmenti ma anche a parlottare da solo. Valuta i pro e i contro degli acquisti appena compiuti, si sofferma riguardo all’inestricabile legame che sussiste tra la carne in scatola e i suoi ricordi di infanzia, inghiotte un boccone dopo l’altro di quello che è un autentico pasto più che un mero spuntino. Solo allora, senza che per altro la constatazione appena fatta serva a bloccarlo, si interroga sul reale senso delle sue azioni. Le quali, alla luce di quel che si è potuto osservare nelle pellicole e nelle tavole miyazakiane, possono essere descritti come un tentativo, umanissimo quanto patetico, di far rivivere a suo modo quei momenti conviviali descritti in Nausicaä e in Mononoke. Al termine di questa breve rassegna, all’interno della quale l’iconico maestro Miyazaki abbia senz’altro fatto la parte del leone, possiamo senz’altro affermare che la dimensione sociale del nutrirsi abbia attirato l’attenzione degli autori degli animanga e sia stata adeguatamente sviscerata in diverse opere.

 

 

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