Il triangolo di Rembrandt

Il triangolo di Rembrandt – Giacinta Caruso

IL TRIANGOLO DI REMBRANDT di Giacinta Caruso
Editore: Panesi Edizioni (11 novembre 2014)
I edizione digitale: novembre 2014
Lunghezza stampa: 157
Lingua: Italiano
ASIN: B00RKR0G14
ISBN 9788899289010

In copertina: Saskia in veste di Flora
(particolare)

Amsterdam, XVII secolo. Rembrandt van Rijn, all’apice della sua fama, trasloca nel quartiere più elegante delle città. È il pittore del momento: la nobiltà lo osanna, i ricchi borghesi fanno la fila alla sua porta per farsi ritrarre. Tutto sembra andare per il meglio, ma la morte di tre figli appena nati sconvolge la vita dell’artista e della moglie Saskia. Per il dolore la donna si ammala e trascorre quasi tutto il tempo a letto, assistita dall’infermiera Agneta Budde. Rimasta di nuovo incinta, Saskia mette al mondo Titus, che sfuggirà alla maledizione che grava sulla famiglia van Rijn. Ma la catena di lutti non è finita perché la donna, minata dalla tubercolosi, si spegne a soli trent’anni. Su consiglio di Agneta, il pittore prende una balia per Titus, la giovane vedova Geertje. Fra i due si accende una passione, destinata a durare poco perché Rembrandt s’invaghisce presto di Hendrickje, una governante appena assunta. Per qualche tempo l’artista e le sue amanti daranno vita a un insolito ménage à trois. Agneta intanto continua a seguire da lontano le vicende di casa van Rijn e a nascondere un inquietante segreto che finirà per influire sulla vita del pittore e delle sue donne.

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UN ESTRATTO DAL Capitolo 1
Amsterdam, estate 1639

[…]

Sentendo nominare la sorella di Saskia e il marito, il viso segaligno di Lijsbeth si illuminò. Fu soltanto un attimo, ma non sfuggì ad Agneta, che già un’altra volta aveva notato l’interesse della sorella di Rembrandt per Titia. O meglio, pensò con una punta di malizia, solo per il marito, l’affascinante commissario Coopal.
«E mio cugino Hendrick van Uylenburch», continuò Saskia con un sospiro.
Lijsbeth si rabbuiò. Non aveva simpatia per il socio di Rembrandt, che era anche il loro vicino di casa, perché l’aveva sempre guardata con sufficienza, giudicandola un’insulsa zitella che viveva alle spalle del fratello.
«Intendi invitare anche gli allievi della bottega?»
«Naturalmente. E il pastore Ansloo e il rabbino Menasseh.»
Cornelis Claesz Ansloo era un pastore mennonita appartenente alla comunità di Waterland. Menasseh ben Israel, un ricco ebreo portoghese che viveva anche lui nella Breestraat, era invece rabbino alla sinagoga che sorgeva dietro casa van Uylenburch, nonché uno stimato uomo di lettere. Entrambi erano in rapporti di
grande amicizia con Rembrandt, che, pur non seguendo un culto ben definito, sembrava avere una predilezione per quello mennonita, basato sul contenuto letterale della Bibbia, condividendone appieno anche la preferenza per i “poveri
di spirito” rispetto ai “saggi e dotti del mondo”. Per questo motivo si era attirato molte critiche in città: non gli si perdonava che si intrattenesse più volentieri con gente di modesta estrazione piuttosto che con l’alta società, di cui facevano parte tutti i suoi clienti.
Lijsbeth esitò prima di domandare: «E il segretario Huygens?»
Saskia strinse le labbra. Non avrebbe voluto che la cognata pronunciasse quel nome. Constantijn Huygens era il segretario dello Statolder, cioè colui che governava le sette province unite dei Paesi Bassi, il principe Federico Enrico
d’Orange. Grazie a Huygens, Rembrandt aveva eseguito per il principe cinque dipinti sui temi della Passione
, fatto che aveva contribuito ad accrescere di molto
la sua fama. Il segretario e il pittore erano stati buoni amici fino all’inverno precedente quando, a causa di uno spiacevole malinteso riguardo al pagamento degli ultimi due dipinti destinati al principe, i loro rapporti si erano interrotti.
Rembrandt non gradiva che si parlasse dell’accaduto o si nominasse il segretario, anche perché Huygens non aveva voluto accettare in dono un suo quadro largo dieci piedi e alto otto, Sansone accecato dai filistei. Lijsbeth era rimasta in attesa della risposta di Saskia.
«Ci siamo trasferiti da poco», disse lei ricorrendo alla prima scusa che le venne in mente. «La casa non è ancora sistemata a dovere. Quindi sarà meglio limitare gli inviti alla famiglia e agli amici più stretti.»
La cognata accolse la decisione con stizza perché vedeva sfumare l’occasione di avere dal segretario Huygens un resoconto di prima mano sugli ultimi avvenimenti di corte.
Saskia finse di non accorgersene e aggiunse: «Stavo pensando che forse sarebbe meglio se la festa fosse una sorpresa.»
«Una sorpresa?», ripeté costernata Lijsbeth, che aveva già messo in programma di indossare il bel vestito di velluto verde che il fratello aveva comprato all’asta qualche mese prima, ma così facendo non avrebbe più potuto farselo prestare.
«Di quale sorpresa state parlando?», chiese Rembrandt entrando all’improvviso nella stanza.
Aveva gli abiti in disordine e il viso accaldato. Anche i riccioli fulvi ricadevano scomposti ai lati del viso. Vedendo che aveva a tracolla la bisaccia di cuoio grezzo dove riponeva l’album da disegno, Saskia colse l’occasione per sviare la sua attenzione chiedendogli se fosse stato in campagna come era solito fare sempre più spesso da quando si erano trasferiti nella nuova casa. In fondo alla Breestraat c’era la Anthoniespoort, una delle principali uscite dalla città. Da lì iniziava l’aperta campagna, diventata oggetto di studio appassionato da parte del pittore.
Rembrandt scosse la testa.
«Oggi c’è stata un’esecuzione. Ho fatto qualche schizzo.»
A Lijsbeth sfuggì un gridolino d’eccitazione.
«Chi hanno giustiziato?»
«Una domestica danese.»
Lijsbeth proruppe in un altro gridolino, più stridulo del primo.
«Cosa aveva fatto?»
Il fratello le rivolse un’occhiata infastidita.
«Smettila di nitrire come una cavalla imbizzarrita.» Fece una pausa. «Comunque, la serva aveva ucciso il suo padrone.»
Agneta lasciò cadere il lavoro di cucito e si fece il segno della croce.
«Come si chiamava?», chiese con un fil di voce. Il pittore ebbe uno scatto.
«Che vi importa?»
Saskia si affrettò a intervenire.
«Forse Agneta la conosceva.»
«Non lo so», brontolò il marito. «Ho sentito dire che era a servizio da un pasticciere.»
L’infermiera sbiancò.
«Cosa avete?», le domandò preoccupata Saskia.
«La ragazza era di Roskilde», mormorò Agneta.
«E allora?», ribatté spazientito Rembrandt.
«Anch’io sono nata in quella città. Non eravamo amiche, però quando ci incontravamo scambiavo volentieri due chiacchiere con lei. Lavorava nella bottega del pasticciere di Claverstraat, vicino alla Keizerskroon.»
Il pittore parve perplesso.
«Sono certo di non aver mai visto quella serva.»
Alludeva al fatto che la Keizerskroon, una famosa taverna della città, spesso era adibita a sala d’aste e lui, accanito collezionista, ne era un frequentatore abituale.
«Fammi vedere gli schizzi», disse Lijsbeth divorata dalla curiosità. Il pittore li estrasse dalla bisaccia e li porse alla sorella, che li osservò manifestando tutto il suo raccapriccio. «È davvero spaventoso. Guarda, Saskia», disse mettendo i fogli sotto gli occhi della cognata.
Così Saskia si trovò a fissare una croce con i bracci orizzontali molto corti, da cui pendeva floscia una giovane donna con gli occhi sbarrati nel vuoto e un rivolo di
sangue che le colava dalla bocca. L’immagine era terribile, ma la cosa che la fece
quasi soffocare per l’orrore fu la scure appesa a uno dei bracci. Non ebbe il coraggio di domandare cosa significasse perché dallo schizzo non si capiva in che modo la donna fosse stata giustiziata. Anche Agneta guardò gli schizzi e distolse lo sguardo inorridita.
«Povera bambina», disse con la voce che le tremava. «Non aveva ancora diciott’anni. Diceva che il padrone la molestava di continuo.»
Nella stanza calò il silenzio. Saskia si asciugò furtivamente una lacrima. Agneta però se ne accorse e, con la scusa che la sua paziente non aveva ancora provveduto alle abluzioni quotidiane, chiese a tutti di uscire.

 

 

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