Il violino noir

Il violino noir
Gabriele Formenti

Il violino noir
Gabriele Formenti

Editore: Bibliotheka Edizioni
pg 193
EAN: 9788869342554

 

SINOSSI

CREMONA 1721: Antonio Stradivari, il più famoso liutaio del suo tempo, riceve la commissione per la realizzazione di un nuovo violino. Un violino speciale poiché destinato a un sommo maestro dell’archetto.
PARIGI 1748: Jean-Marie Leclair è uno dei più celebrati violinisti dell’epoca barocca. Virtuoso del suo strumento, è rinomato anche come uno dei più importanti compositori francesi. È uno dei primi a far conoscere lo stile italiano in Francia. Nel 1764 viene brutalmente assassinato e il suo prezioso strumento trafugato.
USA 1789: Nella nuova nazione, guidata da George Washington, c’è chi trama per assicurarsi alcuni splendidi violini Stradivari e per nascondere i preziosi strumenti verrà scomodato l’architetto cui è affidata la realizzazione della White House.
SAN FRANCISCO, 2013: Uno strano omicidio coinvolge il Teatro dell’Opera della città di San Francisco. In uno dei camerini viene ritrovata senza vita la violinista Elizabeth Chang. Il suo prezioso strumento, uno Stradivari del 1721, appartenuto al famoso Jean-Marie Leclair, viene rubato. Gli agenti speciali Turner e Bliss sono incaricati delle indagini e dovranno risolvere questo strano caso.

 

DUE ESTRATTI

I

Cremona, marzo 1721. Bottega del Maestro Stradivari
Antonio Stradivari arriva presto in bottega in quella giornata di primavera, con il sole che lotta per uscire dalle nuvole. L’aria della bella stagione è inebriante e Stradivari vorrebbe poter respirare a pieni polmoni l’aria della sua Cremona.
Vorrebbe affrontare la sua giornata lavorativa con tranquillità, facendo quello che gli riesce meglio: curare i minimi dettagli dei suoi strumenti, perfezionare ogni più piccolo elemento, in modo che anche la vista si possa appagare allo sguardo di quel legno pregiato, lavorato con infinita pazienza e maestria, giorno dopo giorno, mese dopo mese.
Tuttavia non può farlo. Antonio Stradivari, il più celebre liutaio del suo tempo, non ha tempo per rifinire i particolari. Deve completare al più presto uno strumento speciale, perché speciale è la commissione che gli è stata fatta.
Una lettera anonima, giunta sul finire dell’anno precedente, accompagnata da quindici Luigi d’oro in un sacchetto di morbida pelle di capretto, lo invita a realizzare uno strumento di colore rosso. Non è il colore l’unica bizzarria di quella missiva non firmata. È abituato infatti alle richieste più disparate da parte dei suoi clienti. No. Quello che lo incuriosisce da subito è ciò che è scritto dopo:
“il violino dovrà possedere un suono magico, al fine di allietare il più sommo dei maestri dell’archetto. Dovrà avere suoni gravi profondi e pronunciati, risultare facile nell’intonazione, i suoni acuti dovranno essere di agevole esecuzione. Le proporzioni dello strumento corrisponderanno agli standard dei migliori strumenti di oggi sul mercato. Non possiamo dirle di più Mastro Antonio Stradivari, se non di realizzare il più bello degli strumenti da lei mai creato. Il nostro cliente non chiede altro che portare il suo nome alla più alta grandezza e fama”.
Non è sbagliato pensare al disappunto del Maestro nel leggere quella missiva. Non un nome, non una presentazione del supposto “sommo maestro dell’archetto”. Perché tanto mistero? È risaputo che il lavoro risulterebbe migliore conoscendo il musicista che suonerà il suo strumento.
Le richieste, poi, sono davvero insolite.
Stradivari non sa se accettare quella commissione. Ha tanto lavoro in quel momento dell’anno. I soldi non sono un problema, ma il tutto ha quasi il sapore della sfida. Creare lo strumento più bello di sempre. Anzi, non solo bello, ma “dal suono magico”. Quella è una tentazione non da poco per uno che costruisce violini fin dalla più tenera età e che non potrebbe fare altro mestiere nella vita.
Ora che ci pensa meglio, Stradivari è convinto non solo di poter soddisfare il proprio anonimo committente, ma anche di riuscire a realizzare quello che gli viene chiesto, punto per punto.
Forse gli si presenta l’occasione che da tempo aspettava: la possibilità di fare quegli esperimenti che i tanti anni di lavoro gli avevano suggerito e che non è stato in grado di fare fino a oggi.
Le sue teorie possono trovare una conferma, e se così fosse davvero, ebbene, tanto vale che sia l’anonimo committente a ricevere questo dono.
Antonio Stradivari apre la sua bottega e raggiunge i suoi strumenti. Lasciamo a lui la parola però.
«Ecco qua i miei strumenti, sono quasi tutti finiti, eccetto uno che deve ancora essere assemblato. Lo strumento è completo nelle sue parti principali, ma la tavola armonica deve essere incollata al suo fondo. Prima di fare questo metterò la mia firma, ossia una fascetta identificativa al suo interno, in modo che possa essere chiaramente leggibile attraverso le piccole aperture delle f. Infine, quando tutte le parti saranno incollate c’è un’ultima incombenza, la più importante e quella a me più gradita: la verniciatura dello strumento.»

 

II
Parigi, settembre 1748

Jean-Marie Leclair è il più importante violinista del suo tempo. Lo sa lui e lo sanno i suoi colleghi, gli impresari come pure il suo affezionato pubblico.
Tuttavia Jean-Marie non è tipo superbo: la musica è la cosa più importante per lui. Tutto il resto, la fama e la ricchezza, sono solamente accessori che possono rendere più gradevole l’esistenza. Un’esistenza senza musica però è impensabile.
Non è stato il primo, Leclair lo sa bene, a introdurre lo stile italiano in Francia. Ciò nonostante nessuno ha composto musica nello stile italiano come lui. Lui che in Italia ha vissuto, studiato. Ha assaporato la lingua, il cibo, le donne, il sole, il suo mare, e i suoi strumenti musicali.
Ah, gli Italiani! Maestri in tante cose, eppure così effimeri a volte! Così diversi dai francesi. Non migliori, semplicemente diversi.
Il suo violino è italiano e non lo scambierebbe con nulla al mondo. Ricorda bene il primo giorno che mise le mani sul nuovo strumento. L’emozione era indescrivibile. Lo strumento, bellissimo di colore rosso, presentava proporzioni perfette e inconfondibilmente di fattura italiana.
La fascetta all’interno dello strumento rivelava la nobile origine cremonese di questo stupendo manufatto e lui era orgoglioso di possederlo.
Con questo strumento Leclair compose alcuni concerti per violino e orchestra unici nel loro genere, come anche delle Sonata a Tre che potrebbero apparire bizzarre e che invece lui reputava essere le cose migliori mai scritte dal suo ingegno.
Naturalmente il Maestro possiede moltissimi altri strumenti, creati dai più importanti liutai del periodo. Alcuni di questi sono francesi, altri tedeschi, un paio persino inglesi. Nessuno però regge il confronto con il suono magico del violino italiano.
Ora, Leclair non sa bene descrivere cos’abbia di così speciale questo strumento. Apparentemente l’unica cosa strana è il suo colore rossiccio. Le proporzioni, infatti, sono quelle standard, le riconosce subito. Non ha bisogno di alcuna misurazione.
Eppure appena l’archetto viene a contatto con le corde di budello una magia si impadronisce dell’ambiente, come delle sue dita che non sembrano provare alcun tipo di fatica. I passi più difficili divengono banali, l’intonazione non è più un problema perché la perfezione raggiunta non ha eguali. Le più piccole sfumature risultano talmente definite da caratterizzare subito l’interpretazione.
Come per cercare ancora una volta conferma a queste riflessioni, Leclair prende uno dei suoi concerti per violino. È un secondo movimento, un adagio in Re minore. Le prime note utilizzano le corde doppie. Si tratta di un passo piuttosto malinconico. Leclair è convinto che le cose più belle risiedano negli abissi dell’animo umano, dove la tristezza a volte è l’unica padrona di casa.
Apre lo spartito e comincia a suonare quella melodia malinconica. Non c’è orchestra che lo accompagni, ma lui ha tutto in mente e l’immaginario accompagnamento lo conduce fino alle ultime note del ritornello. Appagato da quella esecuzione solitaria posa lo strumento sulle ginocchia e commosso guarda quel miracolo della liuteria.
Andrebbe avanti per ore a fissare il suo violino preferito, non fosse che viene interrotto improvvisamente dal suo paggio.
«Signore la stanno cercando.» Dice entrando timidamente nello studiolo della musica.
«Chi mi sta cercando?» Chiede Leclair incuriosito. Non ama stare troppo in mezzo alla gente e non è abituato alle attenzioni delle persone.
«Non lo so di preciso, mio signore. Hanno bussato alla porta e hanno lasciato questa missiva per lei.»
Leclair ringrazia il solerte paggio, lo congeda e apre la busta. Incomincia a leggere:
“Mio gentilissimo Maestro Leclair, sono lieto di informarla che la nostra società vorrebbe dedicare una delle sue serate alla musica francese di più squisita fattura, quella da lei professata in questi ultimi anni con i risultati che tutti conosciamo. Qualora fosse interessato a fare un viaggio a Lione, abbia la cortesia di confermarmi la sua presenza per una delle nostre serate musicali.
Vostro Duca di Gramont”.
Il duca di Gramont in persona si degna di scrivermi per propormi una serata musicale? La cosa è davvero inaspettata ma assai gradita, pensa Leclair.
È un’occasione che non può lasciarsi sfuggire.

 

L’autore, Gabriele Formenti

Nato a Milano nel 1978, è giornalista, musicologo e musicista.
Diplomato in flauto traverso e in flauto traversiere storico nei Conservatori Statali “G. Verdi” di Milano e “A. Pedrollo” di Vicenza, è laureato in storia della musica presso l’Università Statale di Milano.
Collabora con emittenti radiofoniche e quotidiani. Nel 2009 ha vinto la prima edizione del premio giornalistico “Benvenuto Cellini”, nella categoria miglior servizio radiofonico.
Il suo romanzo d’esordio Il fortepiano di Federico ha ricevuto unanimi consensi da parte di critica e pubblico.

 

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