L’angelo di vetro

L’angelo di vetro

di Corina Bomann

 

  • Giunti
  • Release Date: ottobre 24, 2018
  • 267 pagine
  • 5 – 6ore di lettura, 73,000parole in totale
  • Editore: Giunti
  • ISBN: 9788809877559
  • Lingua: Italiano
Una storia incantevole, piena di magia e romanticismo.

SINOSSI

È un freddo dicembre del 1895 nel piccolo villaggio di Spiegelberg, ai margini della Foresta sveva, e la giovane Anna spera che l’arrivo del Natale le permetta di vendere le sue meravigliose creazioni di vetro soffiato: angioletti, fiori, animali e cristalli di ghiaccio in ogni sfumatura di colore. Dopo la morte del padre, mastro vetraio, che le ha insegnato tutti i trucchi della sua arte, Anna è costretta a farsi carico della madre malata e della sorella minore, lavorando per un misero salario nel laboratorio del vecchio Philipps e di suo figlio Wenzel. Quando un giorno il ragazzo le chiede di sposarlo, Anna si sente di fronte a un bivio: potrebbe essere la via di uscita da una vita di stenti, eppure, nonostante l’amicizia che la lega a Wenzel, qualcosa dentro di lei si ribella. Il suo sogno è sempre stato viaggiare in paesi lontani e solo l’idea di un’esistenza tranquilla e ritirata le toglie il fiato. Finché una notte uno sconosciuto dagli occhi grigi come le nubi cariche di neve bussa alla sua porta consegnandole una busta chiusa da un sigillo di ceralacca. Una lettera che arriva dall’altra parte del mare e che sta per dischiuderle un mondo da fiaba: al fianco del giovane messaggero, Anna intraprenderà un lungo viaggio che la porterà fino a Londra, alla corte della regina Vittoria, per decorare con le sue raffinate figure di vetro l’abete della famiglia reale. Ma sarà davvero più vicina alla realizzazione di tutti i suoi sogni?

 

1

1895

«Il vetro è come l’amore» disse mio padre aprendo la porta del laboratorio. «Può durare decenni e poi andare in frantumi da un momento all’altro. Va trattato con cura, se non vuoi incrinarlo. Ma se ci riesci, la felicità che ne trarrai sarà eterna.»

Era la prima volta che mi portava con sé nella sua vetreria. Il calore mi avvolse, mentre il fuoco brillava come l’occhio di un drago attraverso l’oblò dello spesso sportello che chiudeva il forno di fusione. All’inizio le tenaglie, le grandi vasche e gli innumerevoli attrezzi mi intimorirono, anche se, già a sei anni, sapevo perfettamente che a tutte quelle cose dovevamo la nostra intera vita: il tetto che ci riparava, il pane che mettevamo in tavola, i letti in cui dormivamo e gli abiti che indossavamo.

Non sapendo nulla dell’amore, non capii subito il significato delle sue parole. Papà mi fece una carezza sulla spalla e mi portò in giro, fino a che non ci trovammo di fronte al grande specchio: il suo capolavoro.

Sembrava la porta per un altro mondo. Un mondo dove esistevano un’altra Anna, con un mantello rosso e un cappello in testa, e un altro padre che, con la giacca scura e i capelli corvini, pareva un re senza corona. Il Re dello Specchio.

«Dio non mi donerà un figlio maschio, e sarai tu un giorno a ereditare tutto questo» mi disse, fermandosi alle mie spalle. «Diventerai una creatrice di specchi, come tutti i tuoi antenati. Imparerai a produrre il vetro e, con esso, molti degli oggetti più desiderabili per gli esseri umani. In passato qualcuno ha ucciso per uno specchio, sebbene non valgano niente una volta rotti. Tanti considerano il proprio viso il bene più prezioso.»

Io fissavo con gli occhi sgranati la sua immagine riflessa.

I volti dei miei antenati mi scrutavano dall’alto dei ritratti appesi nel suo laboratorio. Temevo i loro sguardi cupi e carichi di rimprovero.

Ma gli occhi di mio padre non avevano nulla in comune con quelli dei defunti dei dipinti. Erano vivaci e luminosi, come il riverbero di un raggio di sole su un vetro azzurro.

«È vero che se fissi a lungo in uno specchio vedi il diavolo?» domandai senza riuscire a distogliere lo sguardo dal nostro specchio. Era un detto che avevo sentito pronunciare pochi giorni prima da una vecchia per strada, che considerava gli specchi un gioco di vanità, uno strumento di peccato. Secondo la mamma, però, l’anziana non doveva avere tutte le rotelle a posto.

«No, non si vede il diavolo» mi tranquillizzò mio padre. «Ma a volte possiamo intravedere nel nostro cuore, scoprendone le passioni e la cupidigia. O possiamo riconoscere la nostra intima bruttezza, a prescindere da quanto possa essere gradevole il nostro aspetto. Uno specchio non si lascia ingannare, mostra il mondo così come lo vede. E se ora guardo nello specchio, non vedo il diavolo, ma il mio futuro.»

«Ehi, Anna, di nuovo con la testa tra le nuvole?»

Trasalii. Il calore, che un secondo prima mi pareva di sentire ancora, scomparve, lasciando il posto a un soffio di aria gelida sulle mie guance.

Wenzel, il figlio di mastro Philipps, mi sorrideva divertito. Con i suoi capelli rossicci e un’infinità di lentiggini, assomigliava a un folletto malizioso. Non avevo idea del perché ogni volta che mi stava vicino o mi rivolgeva la parola il mio cuore cominciasse a battere impazzito. Ed era anche peggio quando mi sorprendeva nel bel mezzo dei miei sogni a occhi aperti.

«No, no… stavo solo riflettendo.»

«Capita spesso ultimamente» ribatté lui, mettendosi a sedere sul bancone.

«No, non farlo!» lo avvertii alzando le mani in posizione di difesa. Quel bancone era instabile, e stavamo sempre ben attenti a non caricarlo troppo. Appena Wenzel ci appoggiò il peso si sentì un cigolio minaccioso e gli diedi uno spintone.

Lui barcollò all’indietro. «Ma che ti prende?»

«Non devi sederti lì sopra» lo rimproverai. «E se si rompe? Avremo lavorato tutto il giorno invano. Il vetro quando cade non perdona, lo sai!»

«Calmati» mi rispose, facendomi segno di tranquillizzarmi. Si avvicinò e io mi irrigidii, mentre mi scostava una ciocca di capelli dalla fronte e il calore della sua pelle scottava quasi sul mio viso gelido. «Lo so che non è facile per te, ma troveremo una soluzione. Te lo prometto.»

Quanto avrei voluto che avesse ragione. La vetreria di mastro Philipps andava piuttosto bene, ma lo stipendio non mi bastava affatto. Le statuine in vetro che realizzavo erano un buon introito aggiuntivo… purché si riuscisse a venderle e non andassero in mille pezzi perché qualcuno si era seduto sul bancone traballante.

Quel giorno, tra gli oggetti venduti non c’era stato neppure un angelo.

Forse era troppo presto, visto che mancavano ancora cinque settimane al Natale. Solo nel fine settimana successivo sarebbe cominciato il periodo dell’Avvento.

Per tutto il giorno il colore del cielo aveva continuato a passare dal grigio scuro al color piombo e viceversa. Sicuramente sarebbe arrivata la neve. A quel punto la gente avrebbe preferito rimanere in casa e, se proprio fosse venuta al mercato, si sarebbe limitata a comprare l’essenziale.

«Mettiamo via tutto» propose Wenzel. «Ormai non venderemo altro e rischiamo che il gelo faccia crepare il vetro.»

Alla faccia della soluzione che mi aveva appena promesso! Dubitavo che ne avesse davvero una.

Riposi delicatamente le statuine negli scomparti della scatola che avevo rivestito di ovatta perché non si rompessero: angeli rossi e porpora, stelle dorate e candidi cristalli di ghiaccio, la mia ultima creazione. Poi chiusi il coperchio e mi misi la scatola sottobraccio. Era piuttosto pesante, ma sebbene fossi minuta la forza non mi mancava.

Appena Wenzel ebbe sistemato la bancarella, salimmo sul suo carro. Ogni sabato, dopo il mercato, mi riaccompagnava a casa, anche se in mezz’ora avrei potuto arrivarci a piedi, come facevo normalmente in settimana. Non era necessario, ma mi piaceva che si prendesse cura di me.

Cullata dal rumore delle ruote sul selciato gelato, ripensavo al sogno fatto durante il giorno.

Della lussuosa officina di mio padre non rimaneva molto. Dopo la sua morte avevamo presto scoperto la montagna di debiti che aveva accumulato.

Forse avevano ragione i tanti convinti che fosse una follia cercare di far rivivere in zona la manifattura di specchi. Erano ormai remoti i tempi in cui un principe poteva decidere di rivestirne un intero castello. E anche le richieste di specchi di grandi dimensioni erano sempre più rare. Ultimamente la produzione si limitava a brocche e bicchieri da osteria. La concorrenza olandese, che già secoli prima aveva causato la chiusura delle grandi officine vetrarie, ci rendeva ancora la vita difficile.

Forse era stato proprio questo cruccio a causare l’arresto cardiaco che all’improvviso si era portato via mio padre.

La prima notte dopo la sua scomparsa avevo sognato che il suo cuore, di vetro color rubino, si era frantumato in mille pezzi. Per settimane non avevo più tollerato la vista del cristallo rosso.

Pochi giorni dopo la sepoltura si erano presentati i funzionari della banca e avevano posto sotto sequestro l’officina e tutto quel che conteneva, compresa la nostra abitazione. Eravamo stati costretti a trasferirci in un appartamento minuscolo, perdendo da un giorno all’altro la nostra fonte di sostentamento.

Per me era stato un miracolo trovare occupazione in un’officina a Jux, il paesino vicino al nostro. La paga come aiutante era misera, ma almeno guadagnavo qualcosa e potevo lavorare con il vetro.

 

Corina Bomann - L'angelo di vetro

L’autrice Corina Bomann

Corina Bomann è nata in una piccola cittadina della Germania del nord, ma vive da anni a Berlino. Dopo il successo internazionale del suo primo bestseller, L’isola delle farfalle (Giunti 2012), si è affermata fra le scrittrici più amate nel campo della narrativa romantica. Per Giunti sono usciti Il giardino al chiaro di luna (2014), Un sogno tra i fiocchi di neve (2014), La signora dei gelsomini (2015), L’eco lontana delle onde del nord (2015), Un’estate magica (2016), L’anno dei fiori di papavero (2016), Una finestra sul mare (2017), Il fiore d’inverno (2017), Cuore di tempesta (2018), tutti entrati nella TOP 10 delle classifiche di narrativa straniera.

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