Magiche luci – Viaggio virtuale tra i riti natalizi

 

Magiche luci

 Viaggio virtuale tra i riti natalizi

di Luisa Paglieri

La data esatta del giorno natale di Gesù non è riportata dai Vangeli e la Chiesa, nei primi anni della sua esistenza, non lo celebrava. Solo nel IV secolo si decise di festeggiare il Natale di Gesù il 25 dicembre al fine di “sostituire” le feste pagane del solstizio. Per i pagani, infatti, il Sole, dopo essersi “indebolito” progressivamente, riprendeva vigore nei giorni solstiziali e quindi le giornate si allungavano di nuovo. Inoltre, anche le celebrazioni del dio Mitra (divinità di origine iranica il cui culto era dilagato anche in Europa) cadevano nello stesso periodo. Gesù, la luce spirituale che “illumina ogni uomo”, prese il posto del Sol Invictus. Ecco spiegata la collocazione invernale di questa festa cristiana, mentre sarebbe realistico pensare che Gesù sia nato in primavera o in estate o al massimo all’inizio dell’autunno visto che, secondo gli evangelisti, le pecore erano lasciate all’aperto anche di notte dai pastori.
Tuttavia, alcune chiese orientali e la chiesa celtica festeggiavano il Natale un po’ più tardi, il 6 gennaio, per noi giorno dell’Epifania. La chiesa celtica in seguito si allineò, adottando il 25 dicembre, ma ancor oggi in Scozia Epifania si dice “Old Christmas”.
I sacerdoti di Mitra la notte del 24 scendevano in strada gridando:

 

“La Vergine ha partorito! Il Sole cresce!”

 

La Vergine cui si riferivano naturalmente non era la Madonna, ma una antica Dea Madre e il bambino era il dio solare.
Il culto del solstizio era vivo in molte civiltà: per esempio esisteva nella religione iranica di Zoroastro, mentre i Taoisti cinesi ancora oggi il 27 dicembre celebrano il Ta Chiu. Tutte queste feste sono caratterizzate da luci e fuochi e sapete perché? Per “richiamare” la luce solare, così debole, ed indurla, con il principio del simile che attira il simile, a ritornare sulla terra. La stessa funzione che hanno oggi per noi il ciocco acceso e le luci dell’albero di Natale.

Tra i popoli germanici e scandinavi il solstizio d’inverno si chiamava Yule o Yul. Yul deriverebbe dalla parola Hioul cioè ruota, con riferimento alla ruota solare. Questa almeno è l’ipotesi solstiziale, sostenuta dai fratelli Grimm, grandi studiosi delle tradizioni oltre che celebri favolisti. Secondo altri, Yul risale a un termine norvegese che indica una pianta dedicata al dio Freyr, protettore della fertilità, ma anche alle divinità minori (elfi, ecc.).
Questa tesi farebbe di Yul una festa legata alla terra e non al sole. Le feste indoeuropee si dividono infatti in due grosse categorie: quelle celesti, solari e talvolta lunari, e quelle della terra legate ai raccolti e alla fecondità. Come si festeggiava Yul? Con grandi banchetti. In Scandinavia c’è la “birra di Natale”, ancor oggi prodotta apposta per l’occasione. L’ubriachezza metteva in contatto con il mondo sciamanico legato ad Odino. Il cibo preferito era il maiale, ammazzato proprio in quel periodo. Da noi non era molto diverso, del resto: il maiale veniva macellato d’inverno e doveva servire per nutrirsi nei mesi freddi. Maiale, zampone e cotechino erano di solito i cibi delle feste.
Ma torniamo nel Nordeuropa.
Le mele, simbolo di Frau Holla, dea della fertilità, adornavano gli alberi di Natale nella Germania medievale. Natale in svedese e in danese si dice ancora oggi Jul, mentre in area anglosassone è prevalso il termine cristiano Christmas.
I canti natalizi in Scandinavia si chiamano Julesalmer (= i salmi di Jul), parola che presenta una curiosa mescolanza nordico-biblica. Nell’Inghilterra medievale invece sono nate alcune tipiche canzoni di Natale dette “carols”. Fino a pochi anni fa gruppi di cantori, adulti o ragazzi, andavano nelle case e cantavano canti natalizi, un po’ come nel Centro Italia facevano gli zampognari.

Una delle più celebri carols inglesi si intitolava “God rest you, merry gentlemen” (Dio vi dia la pace, allegri signori): con il suo richiamo alla fiducia e all’allegria ( “allegri signori, che nulla vi sgomenti!” diceva il testo), creava un’ atmosfera di letizia. In certe “carols” si parla anche dei vecchi simboli pagani, celti o sassoni, come l’agrifoglio. Esiste anche un componimento detto “Boar head carol” (carol della testa del cinghiale), che contiene un evidente riferimento al sacrificio del cinghiale tipico dei Celti (per i quali esso era un animale sacro). Ma anche alcuni tra i più famosi canti religiosi cristiani, come “Adeste fideles”, furono composti dagli inglesi.
In Inghilterra, il Natale è molto sentito, mentre ha (o aveva) scarso rilievo il Capodanno.
Un tempo in tutta Europa erano invece importanti i 12 giorni tra Natale e l’Epifania (o meglio le dodici notti, perché il computo andava di notte in notte, retaggio celtico anche questo!). Poteva succedere di tutto in quelle notti magiche: gli animali parlavano, i prodigi erano normali! La dodicesima notte era quella dell’Epifania che, tra l’altro, dà il nome a una celebre commedia di Shakespeare.
Dal nord viene anche il tipico personaggio di Babbo Natale. Figura complessa, in cui convergono molti elementi. L’ “Anziano dei Giorni” è una figura che compare già nella Cabala ebraica. L’Anziano è un saggio, evoluto spiritualmente (una figura di Dio stesso o, secondo altri, di un arcangelo).

 

Tuttavia il riferimento più tipico di Babbo Natale è quello con la tradizione odinica. Il dio Odino andava a caccia volando nel cielo sopra un carro: era il mito della Caccia Selvaggia, diventato nel Medio Evo la Caccia Infernale. Il viaggio nel cielo è anche il viaggio degli sciamani tra le diverse dimensioni dello spirito. Babbo Natale era all’inizio un vecchietto simile ad un elfo e vestito di verde come il Green Man degli Inglesi e l’Omo Salvatico dei popoli alpini. Anche le renne, con le loro corna, richiamavano gli sciamani o il dio Cernumnos, il dio dalle corna di cervo, divinità celtica di antichissima origine.
In seguito si sovrappose la figura di San Nicola, Nicolaus o Klaus, popolare soprattutto, ma non solo, in Olanda. San Nicola, vescovo di Mira, nell’antica Licia (parte dell’Anatolia), aveva dato una dote ad alcune fanciulle povere affinché potessero maritarsi. Di qui, la sua fama di dispensatore di doni. Questa tradizione, esportata dai coloni olandesi in America, dilagò poi in tutto il mondo occidentale, mentre in Russia esiste un personaggio un po’ affine, Nonno Gelo.
In Olanda ancora oggi Santa Klaus arriva via mare nelle varie città costiere. Conserva il suo carattere cristiano meglio della sua “versione” americana, più commerciale. E’ infatti vestito con i paramenti di un vescovo: la sua nave attracca nel porto e lui scende e gira per le città.

 

L’albero di Natale invece trae la sua origine dal mito dell’albero sacro, presente in quasi tutte le religioni. Alberi decorati, allestiti per il solstizio, esistevano già nei tempi pagani, e nel Medio Evo vennero “cristianizzati”.
In Piemonte, per esempio, prima della cristianizzazione, e comunque fino al III sec.d.C., il solstizio d’inverno era festeggiato in onore del Sole e di Mitra (dio “importato” dalle legioni romane) oltreché delle divinità celtiche locali. Lo attesta anche Giulio Cesare nel “De bello gallico”. Tracce archeologiche di questa festa le troviamo a Pollenzo, Susa, Ivrea, Benevagienna, Asti, ecc. Probabilmente le libagioni eccessive e la licenziosità connotavano questa festa. Qualche traccia di essa si è conservata dopo la cristianizzazione. Per esempio, in Val d’Aosta, Val Pellice e Valli Occitane si continuò ad agghindare gli alberi secondo la tradizione celtica. L’albero di Natale è quindi una tradizione locale (e ciò vale anche per tutto l’arco alpino).

 


Il primo presepe invece fu creato in Umbria da S. Francesco d’Assisi nel 1225. Veramente esisteva già qualcosa di simile, l’abitudine di esporre certe statuette di terracotta che rappresentavano i vari personaggi, ma Francesco vi aggiunse la mangiatoia (praesepium in latino), il bue e l’asinello.
Pochi sanno che S. Francesco viaggiò nel Monferrato e v’introdusse l’usanza del presepe. La novità piacque e il presepe si diffuse anche nel Norditalia.
Chi scrive conosce soprattutto le usanze del Piemonte. Nel Monferrato ad esempio, c’era questa abitudine: la famiglia andava in chiesa a mezzanotte lasciando socchiusa la finestra, così se la Sacra Famiglia passava di lì poteva entrare a riposarsi. Al ritorno, la famiglia disponeva i doni. Il bambino più piccolo aggiungeva al Presepio la statuina di Gesù Bambino. Le statuine, infatti, venivano aggiunte un po’ per volta: dapprima pastori e artigiani, nei giorni successivi Maria e Giuseppe, a Natale il Bambino, il 6 gennaio i Magi. In certe zone della Lombardia, invece, dopo la cena del 24,si lasciava la tavola apparecchiata per i morti della famiglia. Tale usanza è stata ricordata in un bel racconto di Giovannino Guareschi intitolato “Favola di Natale”.

I 12 giorni fino all’Epifania erano importanti anche in Piemonte e rappresentavano i mesi dell’anno in arrivo, anche al fine di prevedere il tempo. (Il 26 rappresentava gennaio, il 27 febbraio ecc.). Nel Biellese si conservava l’olio dei lumi della messa di Natale. In provincia di Cuneo l’uomo più vecchio della famiglia a Natale accendeva una candela. Se la fiamma si piegava, il raccolto sarebbe stato abbondante. Vi erano anche canti natalizi, come i “nouvet”, rintracciabili in provincia di Torino e di Cuneo, nonché in Provenza, nella valle del Rodano e nella zona dell’Argentera. Molti furono raccolti nel 17° secolo.
Ci sono poi le cosiddette pastorali o “pastorelle” simili alle “carols” inglesi, ai “Weihnachtslieder” tedeschi, alle “colinde” romene e ai “Kolendy” polacchi. Come nacquero tali canti? Si tenga presente che la tradizione della messa di mezzanotte risale al 5° secolo. Prima della messa si eseguivano musiche e canzoni all’inizio riservati al clero, poi anche ai laici. Questa è l’origine dei canti popolari natalizi. Nel Medio Evo in tutta Europa si facevano Sacre Rappresentazioni con il tema della Natività. C’erano anche intermezzi con canti e balli: anche così nacquero molti canti di questo tipo.
Nello stesso ambito nacque in Piemonte anche il personaggio di Gelindo, personaggio tipico delle rappresentazioni teatrali popolari natalizie. Gelindo è il tipico pastore piemontese, specialmente monferrino. Di solito si muove dal Monferrato per obbedire al decreto di Augusto e andare a presentarsi per il censimento, per via incrocia “ser” Giuseppe con Maria, e vorrebbe invitarli a casa sua, visto che hanno difficoltà a trovare alloggio, ma in effetti casa sua è un po’ lontana… Nelle storie di questo tipo è da notare l’attualizzazione dell’episodio della Natività e lo spostamento spaziale-temporale o addirittura la commistione di elementi appartenenti a tempi e luoghi diversi. Tale approccio si trova anche in Provenza dove esistono canzoni che parlano della S. Famiglia che attraversa la Provenza inseguita dai soldati di Erode, riceve ospitalità dai contadini del luogo, e così via.
In Piemonte si diceva “A ven Gelindo” (viene Gelindo) per dire viene Natale. La statuina raffigurante Gelindo era anche messa nel Presepio tra i pastori.

 


Moltissimi sono anche i presepi viventi in tutta l’ Europa. Tali rappresentazioni possono coinvolgere tutti gli abitanti di un paese o di una cittadina, nonché animali “veri”. La sera del 24, il centro del paese si anima, arrivano personaggi in costume, vasai, falegnami, fabbri e cestai con i loro strumenti. Botteghe, locande, stalle si animano, si sforna il pane, si offre vino nelle osterie. Una coppia di viandanti, Maria e Giuseppe, si aggira intorno in cerca di una stanza per la notte. Caratteristiche del Piemonte sono le cosiddette Abbadie, le associazioni, per lo più di giovani, dei quartieri o delle frazioni che organizzano, fin dal Medio Evo, feste ed incontri. Arrivano quindi i rappresentanti delle varie Abbadie che con la gente e i figuranti si recano insieme alla messa di mezzanotte.
Per concludere, citiamo una curiosità. All’inizio dell’Ottocento, in provincia di Torino, dalle parti di Ivrea, sorse un paesino chiamato Betlemme. Non si sa il motivo per cui venne attribuito tale nome, forse esisteva una stalla con un bue e un asino e la gente la chiamava la capanna di Betlemme. Chissà! Comunque, sappiate che esiste una Betlemme anche dalle nostre parti : auguriamoci che, dati i tempi, attiri su di noi molte benedizioni e buoni influssi e speriamo che richiami angeli ed altri benevoli visitatori…

 

Precedente Dammi un altro Natale Successivo Gli uccelli dalle ali di cenere