Il torto di Andrea Venturo

 

Titolo: Il Torto
Genere: High Fantasy, thriller.
prezzo: € 2,99
Autore: Andrea Venturo
Cover: Gianluca Serratore (www.giallogianluca.it)
Editing: Stefania Crepaldi (www.editorromanzi.it)
Link Acquisto:
Versione: 4.9.2 (4a stesura, 9a revisione, 2o passaggio di controllo)
Lunghezza: 81639 caratteri

 


SINOSSI

Un’accusa infamante resta scomoda da gestire, non importa se per un motivo piccolo o grande.
Ti colpisce, ti brucia dentro e non smette finché in un modo o nell’altro riesci a risolvere la questione.
Proprio quello che accade a Conrad, il giovane protagonista di questa storia, accusato del furto di una torta è condannato ai lavori forzati nelle stalle e a dormirci dentro per i prossimi due mesi. Vuole scoprire la verità e scopre che questa può uccidere, specie se insieme ad essa salta fuori l’autore del… delitto.
Si può morire per una torta rubata? Conrad sta per accorgersene.

UN ESTRATTO, disponibile anche su Wattpad – cliccare qui

Prefazione:
Nadear la Bianca: case in malta e pietre a secco, dai tetti di tegole rosse.
Nadear la Bianca: una stretta manciata di viuzze lastricate in pietra, cavata dalle sponde del lago su cui si specchia, che si era tinto di rosso durante la battaglia di Levot, quando Uruk il Possente e i suoi quattromila orchi guerrieri avevano cinto d’assedio la città.
Nadear la Bianca: un cerchio robusto di mura candide, protette a loro volta da folte macchie di ginepro e rovi. Rovi disposti ad arte, per convogliare le truppe assedianti nei punti più congeniali ai difensori, che possono colpirle con frecce e verrette, scariche di mitraglia e olio bollente, per poi lasciare che le micidiali colonie di rose-vampiro, arbusti arcieri e viticci strangolatori celati all’interno dei cespugli completino il lavoro.
Tutto questo può sembrare pericoloso? Certo che lo è! Ho forse detto che Nadear la Bianca sorge in un luogo tranquillo? Forse entro le sue mura si può godere di una relativa sicurezza, ma fuori di esse vita e morte si scontrano senza sosta in un duello dall’esito incerto sino alla fine.Molto lontano dalle mura di Nadear, verso nord, si apre una vasta pianura rocciosa, sterile e ancor più pericolosa: le Brulle. Essa separa i Principati di Malichar dal resto delle terre conosciute.Quattro amici stanno attraversando questa terra selvaggia e aspra, diretti a sud dopo una lunga e infruttuosa ricerca nei Principati. I loro nomi, dopo la sconfitta di Uruk il Possente, sono leggenda: Flantius Mijosot detto Colle Ondoso, Robaln Steinherz il Nano, Lantharas il mezz’elfo e Tharn l’invitto. Il loro viaggio sta per concludersi, ma ancora non lo sanno.Solo uno di loro, per motivi del tutto diversi, sa che la sua fine è prossima: si tratta di Flantius che trova conforto stringendo il suo lungo bastone in legno-ferro. Ad una estremità dell’asta, lunga un metro e mezzo, sporge un micidiale rostro d’acciaio, mentre la cima è adornata da un drago d’oro puro, cesellato nell’atto di spiccare il volo. Gli occhi del drago sono due zaffiri perfetti, e stanno brillando di un’intensa luce azzurra resa ancora più evidente dal sole ormai prossimo al tramonto. Nel bastone vi è la dimora di Qar, un elementale dell’aria, che da anni è il custode arcano di Flantius. La magica creatura tenta di infondergli coraggio: «Amico mio, hai avuto una vita lunga e soddisfacente. La morte è solo un istante, tra i numerosi e straordinari che hai vissuto!» La voce di Qar è un rapidissimo sussurro tra i pensieri di Flantius, che comprende bene il senso di quanto gli viene suggerito, ma si aggrappa alla vita come un naufrago al relitto della sua imbarcazione. Sa di non essere pronto per intraprendere l’ultimo viaggio, anche se sta per raggiungere il duecentesimo compleanno.
Guarda gli amici, i compagni che da oltre un secolo sono i suoi inseparabili fratelli. È triste, ma anche risoluto: le sue ricerche lo hanno portato ad un passo dal rinviare all’infinito la fine della propria vita.
È sulle tracce del più grande mago che sia mai comparso tra le terre di Tharamys: Yor.
Dopo una ricerca durata mesi, durante la quale ha visto il tempo a propria disposizione ridursi inesorabilmente, finalmente ha trovato qualcosa di concreto. Un orco di nome Geneißer. L’ultimo essere ancora in vita che ha avuto contatti con Yor da vivo.
Ed è per cercare Geneißer che ora si trova davanti ad un avvallamento nel suolo roccioso e arido delle Brulle meridionali, una decina di miglia a nord dal confine Kireziano. Il fondo della conca si trova una decina di metri più in basso, ed è occupato da otto scorpioni giganti che se ne stanno immobili. Poco più in là, lungo la parete più ripida, si apre una scura caverna. Oltre il bordo della conca, lungo l’orizzonte basso e grigio, la luna immensa, rossa e minacciosa, sta sorgendo.
Lantharas è l’unico che mostra segni di incertezza e ne parla apertamente con Flantius. «Io proverei a chiedere, senza inutili spargimenti di sangue: finora nessuna delle informazioni che hai ottenuto si è rivelata molto utile…»
«Inutile? Uccidere orchi non è mai inutile!» lo interrompe Robaln che comincia a manifestare una certa impazienza: sente puzza d’orchi e tutto il suo corpo trasmette l’urgenza di eliminare qualche altro centinaio di “Kelfer”, porcellini, tanti ne ha fiutati.
Thalanras è infastidito dall’interruzione e lo lascia capire sbuffando: «Vogliamo parlare allora del buco nell’acqua ottenuto a Malichar?»
«Sì, dovevamo decapitare quel… come si chiamava? Tuermag?» lo rimbecca subito Robaln, che comincia a camminare da fermo per sgranchirsi.
«Tuerdrag, Etienne Tuerdrag» puntualizza Lantharas, con finta condiscendenza «che è ancora furioso per i disastri che Yor ha causato, vendendo il proprio reame a suo nonno, il principe Laiton Tuerdrag III, pochi anni prima che il vulcano esplodesse… una truffa colossale, se ci pensi.»
«E poi non contento gli ha anche ammazzato il padre» commenta Flantius, profondamente rattristato per quelle notizie «Non mi sarei mai aspettato un comportamento tanto violento da parte di Yor»
«Anche tu, Flantius, hai torturato e ucciso un orco e…» lo riprende Lantharas, senza più alcun freno sulla lingua.
«Era necessario», lo interrompe Flantius, intento anche lui a valutare scorpioni e ingresso, «invece di rispondere alle mie domande, quella bestia ha tentato di ucciderci!»
«Cosa ti aspetti da un orco quando gli punti addosso un’arma? Anche col principe Etienne Tuerdrag, se avessimo usato un tono più diplomatico…» lamenta il mezz’elfo che gira la testa verso la caverna.
«Ignoro il motivo per cui un mago potente come Yor, che si dice abbia combattuto contro orde di orchi, abbia poi voluto averne alcuni tra i suoi discepoli. Quello che conta è che alcuni sono rimasti e sono ancora vivi per raccontarmi tutto quello che sanno… e lo faranno!» Flantius è saldo, determinato e assolutamente certo di ottenere altre preziose informazioni.
Dal bastone, Qar percepisce tuttavia un’emozione che è ben lontana da quanto l’uomo va mostrando. Sa che Flantius è disperato, e sa anche che la loro unione è destinata a concludersi. Prova una grande pena per il suo amico dalla vita breve, ma come sempre, evita di guardare nel futuro di tutti: gli procurerebbe solo noie, nel caso migliore, e guai seri in quello peggiore.Ha appreso da tempo che il futuro non è scritto: quello che tutti chiamano futuro è solo una probabilità, inconsistente quanto una nuvola e altrettanto capricciosa. Qar sa bene che rivelare informazioni riguardo un evento, altera le probabilità che si realizzi. Il paradosso è che se l’evento è positivo le sue probabilità di avverarsi diminuiscono, la nube diviene più piccola o svanisce del tutto. Se l’evento è negativo, di solito si trasforma in una tempesta. Troppe volte, in passato, ha cercato di salvare qualcuno dal proprio destino, o ha tentato di favorirlo raccontando gli eventi futuri. Ha imparato dai propri errori: sceglie di non guardare e lascia parlare Thalanras.
«E se fosse un altro buco nell’acqua, nella lava o in qualsiasi altro materiale tu desideri? Io dico: entriamo e chiediamo, se poi ci attaccano a vista ci divertiremo un po’ o avremo la possibilità di…»«… di scappare, mezz’elfo codardo?» lo rimbecca Robaln, provocandolo.«Di andarcene subito e risparmiare tempo e incantesimi, o almeno potevamo farlo fino a un attimo fa», ribatte il mezz’elfo, impugnando l’arco che porta sempre appeso alla schiena insieme alla faretra.La sua espressione è cambiata all’istante ed ora è corrucciata, il suo sguardo punta diritto verso il fondo della conca, i suoi muscoli si tendono d’istinto.Robaln smette di punzecchiare il suo amico e si volta di nuovo verso la caverna.«Qualcuno sta uscendo» commenta Tharn, laconico. «Più di qualcuno» gli fa eco Robaln, che gongola mentre comincia a contare, «unoduetrequattro… ventitré e ventiquattro! Mago, spera che i tuoi incantesimi siano più veloci della mia spada, perché oggi mi coprirò di gloria!»
«Strano modo hai di chiamare le budella di orco» ribatte Lantharas mentre incocca una freccia.Flantius osserva un nutrito gruppo di orchi che sta sciamando fuori dalla caverna. Non sono tanti, ma sono grandi quasi il doppio di quelli che normalmente assaltano le carovane che viaggiano tra Malichar e Kirezia, ben corazzati e armati delle loro micidiali asce doppie.I due gruppi si fronteggiano per qualche istante, lo scontro imminente è impari eppure nello sguardo dei quattro amici non c’è paura, né incertezza: Tharn impugna le sue armi, Lantharas prende la mira, Robaln sorride dietro la sua folta barba color basalto. Altri due orchi escono e raggiungono i compagni, ma sono molto diversi: non sono solo grossi, sono anche grassi e indossano una tunica nera con un grande artiglio rosso dipinto sul petto.
«Fate attenzione ai due in retroguardia», li avverte Flantius, «sembrano utenti di magia, anche se non ho mai visto orchi capaci di scagliare qualcosa di più complesso di un dardo magico.»
«So-rip!» grida Lantharas, mentre scaglia la prima freccia che a metà traiettoria si ricopre di rune luminose e un istante dopo esplode a meno di un metro dalla prima fila di orchi. Gli orchi investiti dall’esplosione vengono scagliati lontano, privi di vita.
«Non vale!» grida Robaln mentre è già in carica.Tharn è al suo fianco con le spade in pugno, e sorride pregustando lo scontro imminente. Indossa una corazza leggera, in scaglie di drago nero. Le lame che brandisce brillano e riflettono tanto la luce del sole al tramonto, quanto quella della luna che sorge. Le rune incise sulle lame prendono vita e lasciano vistose scie luminose blu e rosse nell’aria.Lantharas incocca un’altra freccia. Flantius alza il suo bastone. I due orchi in retroguardia si prendono per mano, e intonano una litania dai suoni gutturali.
«Quei due stanno per lanciare un incantesimo, non so cosa sia, ma percepisco le loro aure: ottavo circolo di potere.»
Qar è preoccupato e alla velocità di un pensiero trasmette tutto questo a Flantius.Il vecchio mago impiega poche frazioni di attimo per afferrare la gravità e decidere di fuggire: ormai conosce il luogo e può tornarvi con la magia in qualsiasi momento.Gli incantesimi del settimo circolo sono rari, ma quelli dei circoli superiori sono veri e propri segreti di stato, incanti capaci di sollevare montagne e sprofondare regni. Non ha idea di come possano, due orchi, essere in possesso di una simile conoscenza, ma, mentre formula le sillabe di attivazione dell’incantesimo di ritorno istantaneo, si rende conto di non avere nulla di adeguato.
Il cuore accelera e i folti capelli bianchi si rizzano sulla nuca del vecchio mago mentre completa l’attivazione del ritorno su tutto il gruppo.
Un attimo di troppo.
Un lampo di tenebra inghiotte ogni cosa, tranne la luce rosso-sangue della luna piena ancora bassa all’orizzonte.
“Un istante dopo, Qar si ritrova nelle tenebre più fitte, da solo: di Flantius e dei suoi amici non c’è più alcuna traccia.

SCHEDA TECNICA

Tempo della narrazione: presente
Narratore: onniscente relativo. Sa tutto di ogni personaggio dalla sua nascita al momento presente, ma al pari degli altri personaggi ignora il futuro, in un caso preferisce non saperlo.
Protagonista: Conrad Musìn, anni 12. Il giovane raffigurato in copertina.
Personaggi secondari: Dorian Musìn, padre. Francisco Hernandez Sebastian de la Coronilla y Azevedo…(cit. “Non c’è due senza quattro”) socio di Dorian e mentore di Conrad. Luigi Scaldapentole, elasson (non è umano), socio di Dorian e amministratore della fattoria, nonché cuoco e vittima del furto. Alalf e Ololf: coboldi, autori del furto e di molto altro. Colle Ondoso: mago divenuto leggenda vissuto 400 anni prima. Qar: elementale dell’aria.
Ambientazione: Fantasy high magic, magia perfettamente funzionante e accessibile a chiunque, se pure con qualche rischio. Presenza di creature “classiche” come elfi, Nani, orchi e draghi, e meno classiche come elasson (dal greco: Leòs Elassòn: il popolo piccolo) e Beholders (cit: D&D), con ideazioni originali come i vermi-tigre, vagamente ispirati alle creature di Frank Herbert (Dune).

CONOSCIAMO LAUTORE!

Io e la scrittura abbiamo avuto un rapporto di amore-odio: a 4 anni mia nonna si era messa in testa di insegnarmi a leggere e scrivere, da brava maestra in pensione aveva i suoi metodi… se non ci si fosse messa d’impegno adesso sarei stato mancino, invece mi tocca usare la mano destra. Questo mi ha fatto odiare lo scrivere fino alla quinta elementare quando, cambiata maestra, sono stato lasciato libero di scrivere quello che mi pareva. Aldilà della grafia disastrosa i miei temi erano quelli che preferiva: le facevano immaginare tante cose. Alle medie sono stato tenuto occupato dai compiti, ma al liceo… fingendo di prendere appunti, scrivevo storie di fantascienza piene di astronavi, pianeti misteriosi e storie assolutamente immaginifiche… ma prive di sugo. Tuttavia in quinto, pur con lo spettro della maturità in arrivo, mi misi in testa di farmi pubblicare. C’era una rivista di allora “MC Microcomputer” che seguivo grazie alla biblioteca scolastica, e che aveva aperto la rivista Storyware: ogni mese pubblicava uno o due racconti rigorosamente brevi e ricompensava l’inedito con 100.000 lire. Mi misi d’impegno e cominciai a consegnare alla redazione (mi costava meno il biglietto dell’autobus che il francobollo) dei racconti. Al terzo tentativo ricevetti una notizia positiva: il mio “Difensore” venne pubblicato.
Era un Fantasy… informatico. Rileggendolo adesso era parecchio ingenuo, ma c’erano un paio di elementi che richiamavano altre letture che, nel frattempo, avevo fatto tra cui Lovecraft e Anne Mc Affrey che mi avevano stregato e che, senza accorgermene, avevo infilato dentro alla storia dandole quel po’ di forza che aveva impressionato favorevolmente il redattore.
Gasatissimo provai a presentare all’editore Fanucci i miei racconti al completo.
Chi mi ricevette (perché ero andato di persona) era un signore che all’epoca dimostrava una 60ina d’anni o poco meno. Lesse una storia, una sola, e non quella pubblicata intitolata “SimOl”.
Mi domandò quanta fantascienza leggevo ogni mese e io gli sciorinai un elenco di autori che spaziava da Asimov a Zelazny, provò a parlarmi dei 9 principi di Ambra e mi lasciò di stucco quando mi disse che c’erano altri 5 libri in arrivo a proseguire la storia.
Poi mi spiegò cosa non andava nel racconto e cosa sì. Perché il racconto non paga (era il 1992, internet era ancora fantascienza e gli ebook neanche quello) e cosa fare per migliorare lo stile.
Quel signore si chiamava Gianni Pilo e lo ringrazio ancora adesso ogni volta che mi metto a scrivere.
Lì per lì, tuttavia, mi buttai giù e fino al 2005 non tentai di pubblicare più nulla.
In quel periodo mi dedicai interamente al gioco di ruolo: ogni weekend con gli amici che sono diventati “di una vita” abbiamo giocato di tutto, ma spesso ero io a scrivere le avventure e a dirigerle. Draghi, vampiri, astronavi, maghi, antichi romani e special-ops, cartoni animati e cavalieri jedi… ne abbiamo vissute talmente tante che se guardo gli scatoloni che contengono i fogli con i personaggi, gli appunti e le macchie di pomodoro & cocacola, riesco ancora a sentire l’eco di quello che ci raccontavamo.
In quei 25 anni di gioco ho imparato a costruire storie, personaggi, ambientazioni, a tener sopita l’incredulità dei giocatori e schivare le sedie che di tanto in tanto volavano a causa di un tiro di dadi sfortunato. Quando provai di nuovo a scrivere una storia… avevo un problema: pareva un regolamento di un gioco di ruolo tanto era incasellata entro regole e descrizioni standard. Mancava qualcosa.
Quello che mancava è arrivato quando sono stato allegramente lasciato dalla mia fidanzata “storica” che, dopo 13 anni di fidanzamento, si ritrovò a scegliere se convivere col sottoscritto o no.
Rimasto solo, con gli amici del gioco che si stavano allontanando per altri motivi, ho cominciato a viaggiare: prima tappa “Islanda”. Dapprima da solo, poi in compagnia di quella che sarebbe diventata mia moglie… e con lei ho viaggiato sul serio: europa, america, africa, oceania… l’asia no, (con l’eccezione di un mefitico scalo a Seoul) troppo aglio da quelle parti. Siamo saliti fino in cima al Kilimanjaro, abbiamo visitato il monte Fato (alias Mt. Tongariro, Nuova Zelanda), il Canada orientale, i ghiacciai della Jungfrau e la micidiale parete nord dell’Heiger (solo a guardarla mi ha messo paura)… ho avuto modo di conoscere decine di culture diverse, panorami prima solo immaginati, odori, sensazioni prima neanche immaginate… e tutto questo è finito dentro la mia scrittura così come c’erano finiti Lovecraft e la McAffrey tanti anni prima… e ancora non era finita perché di ritorno dalla nuova Zelanda è arrivata Laura, faccia da coccole ed è subentrato un ultimo aspetto che poi la mia editor mi ha confermato.
Scrivere richiede dei tempi precisi: con Laura e poi con il fratellino arrivato 2 anni dopo, il mio tempo si è ridotto a 2 ore al giorno, tra le 4 e le 6 del mattino. Considerato che si va tutti a letto intorno alle 20:30 e che a me bastano 6-7 ore di sonno… alle 4 son bello sveglio (pure prima) e fino a che non si sveglia tutta la famiglia ho tempo per scrivere. Tutti i giorni, nessuno escluso. Prima ero incostante, senza metodo. L’aver così poco tempo a disposizione invece mi ha costretto sfruttare al massimo quello a disposizione con risultati per me molto soddisfacenti.
E continuo a viaggiare: ogni settimana si prende la macchina, gli zaini e si va da qualche parte, sole o pioggia fa lo stesso: bosco, montagna, lago, mare, grotte… lontano dalle città, comunque.
L’esperienza nel mondo reale mi ha dato quello che mancava alle mie storie: profondità, non so come altro chiamarla. Il gioco di ruolo ha permesso di essere coerente nella narrazione, nel senso che le regole dell’ambientazione vengono sempre rispettate, ma a queste si aggiungono le sfumature apprese in sei anni di viaggi avventurosi e di vita talmente intensa da farmi sentire come se avessi almeno 20-30 anni di più.
Se ti occorre sapere altro, prego: non hai che da chiedere.
Grazie per l’attenzione e la pazienza avuta nel leggere tutto il papiro.

Andrea Venturo

CONTATTI E NOVITA

Blog:
https://malichar.wordpress.com
(per sapere tutto sull’ambientazione, i personaggi, il modo in cui scrivo e molto, molto altro)

Pagina Libro:
https://www.facebook.com/01.IlTorto

Video Correlati:
Book Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=18iiKn88hEw
Presentazione-1: https://www.youtube.com/watch?v=KZ4frPTISh0&t
Presentazione-2: https://www.youtube.com/watch?v=S9aN9QwYjsY&t

Collana “Le cronache di Tharamys”:
Volumi pubblicati: 1
In preparazione:
2 – “I razziatori di Etsiqaar”
3 – “Il furfante derubato” (titolo provvisorio)
4 – “Il mistero delle Brulle” (titolo provvisorio)

Per acquistare il romanzo su Amazon

 

Perché leggere il romanzo?

Esploriamolo assieme all’autore!

 

  • Quando hai progettato questa storia?

Ho progettato “Il Torto” un po’ alla volta. Inizialmente doveva essere una specie di favola al contrario,  un esercizio dove il protagonista iniziava con un’avventura relativamente semplice e finiva molto male. E’ che, nonostante tutti i miei tentativi, il protagonista… Conrad, proprio non ci stava a farsi ammazzare senza neanche combattere. E allora mettici il combattimento… si però ci vuole un’arma adatta e che ci metto? Ci metto un bastone magico? E chi lo ha perso quel bastone? Che poteri ha? E sono saltati fuori altri personaggi, ognuno con la sua storia da scrivere e il raccontino di 15000 battute ha superato le 80000, ha richiesto il lavoro di un editor… e alla fine eccolo qui.

  • Sei stato ispirato da qualche lettura, vecchia o recente? Hai qualche modello di riferimento, per scrivere high fantasy?

Nella mia biblioteca ci sono, fisicamente presenti, 1200 volumi. Che non rappresentano tutte le mie letture: tra le varie biblioteche cui sono abbonato e di cui ho saccheggiato gli scaffali ho allegramente superato il doppio di questo numero (e non mi considero un gran lettore). C’è di tutto dentro: Poe, Spinosa, Asimov, Zelazny, Tolkien, Cussler, Eco, Bradbury, Moorcock, Frazetta… se comincio con l’elenco dei miei autori preferiti mi sa che tiro fuori un romanzo di duecento cartelle, anche perché l’elenco comprende anche registi, autori di videogiochi come Ron Gilbert (monkey island), scienziati e musicisti.  Il modello di riferimento invece non deriva direttamente dalle letture, ma dal gioco di ruolo o meglio: dallo studio delle regole dei giochi di ruolo. Ci ho giocato per 25 anni e qualcosina mi è rimasto. Un esempio di queste regole? Nella mia ambientazione ci sono tre grandi stati, più una pletora di staterelli solo nel continente in cui vive Conrad. Ogni area geografica ha i suoi cognomi, la sua lingua, le sue tradizioni, un calendario, svariate razze… le “regole” descrivono tutto questo senza lasciar nulla al caso. Prendiamo il cognome del protagonista e lo stato in cui vive: Kirezia. L’ho creato fondendo due nomi “Kyrandia” (paese magico dove è stata ambientata una fortunata serie di videogiochi) e “Venezia”, non quella attuale, ma quella del XVII secolo.
Vestiti,  cognomi, architettura, decorazioni, giochi da strada… provengono da lì. Musìn il cognome del protagonista viene da “musìna” il termine, in dialetto veneto, usato per indicare la scarsella… il portamonete. Cognome adatto ad una famiglia di mercanti quali sono. Gli elfi invece hanno nomi che derivano dal greco antico, spesso anagrammato. La genesi dei nomi segue sempre le medesime regole. Tutti i kireziani hanno un nome che sembra tedesco e un cognome mutuato dal veneto. A Maor hanno nomi di derivazione latina, mentre Meroikanev che sta in mezzo, ha nomi di derivazione slava. Malichar, il paese che da il nome al mio blog, ha invece “origini” francesi. Il fondatore dell’università si chiama Philip de Senrobon senrobon non vuol dire nulla, ma è l’anagramma di Sorbonne… regole. Ogni elemento delle mie storie segue regole precise e non sgarra mai di un millimetro. Questo rende l’ambientazione robusta, a prova di incredulità e mi aiuta  nel gestire i personaggi in modo altrettanto preciso.

  • L’ambientazione è reale o di fantasia?

E’ realmente di fantasia, a partire dalle particelle subatomiche e dalla topologia del continuum che è a sei dimensioni (questa fortemente ispirata dai lavori di Heinlein).

  • Parlaci dei personaggi e definiscili brevemente con qualche aggettivo. Qualcosa che li renda irresistibili agli occhi del lettore.

Nel “Torto” compare Conrad che è il protagonista di tutte le altre storie, un ragazzino curioso, intelligente e coraggioso… suo malgrado. Vorrebbe diventare un mago, vorrebbe vivere come desidera lui… ma a dodici anni quello che si desidera e la realtà, anche in un mondo fantasy, sono concetti distanti e pericolosamente diversi. Il povero Conrad vedrà realizzarsi tutti i suoi desideri e scoprire che nulla è come sembra.  Compare anche Qar, un elementale dell’aria… una creatura magica che tenterà in tutti i modi di liberarsi dalla prigione in cui è intrappolato da quattro secoli. Qar si sta servendo di Conrad, ma ha una sua etica e ha a cuore il benessere delle creature che ha attorno, sebbene per un immortale come lui tutte le altre creature valgono quanto per un uomo hanno valore i ragnetti rossi che compaiono sul davanzale della finestra a primavera.
C’è Dorian, suo padre, che lo vuole “super” e tuttavia è incapace di relazionarsi in modo costruttivo col figlio e il risultato è che Conrad agisce di nascosto, non si fida del genitore e ne prende le distanze.  Il rapporto tra padre e figlio è una questione per me molto delicata, dato che di figli ne ho due e sto imparando adesso cosa vuol dire. C’è Francisco, tipica faccia da schiaffi, donnaiolo impenitente e mercante di livello pari (e a volte superiore) a quello di Dorian che ha preso Conrad come figlioccio e gli fa da mentore nell’affrontare il passaggio alla vita da adulto. In un certo senso questi due personaggi, insieme, formano una sorta di padre doppio e completo. C’è Ivilas, l’elfa che insegnerà a Conrad i pericoli derivati dalla pratica delle arti magiche (e qui ci sono un po’ di citazioni di Lovecraft) e poi arriveranno la bella Diana Latàr e La-Wonlot, con cui Conrad farà amicizia e che si ritroveranno coinvolti nelle conseguenze che Qar scatena contro Conrad ogni volta che tenta di liberarsi.  C’è un personaggio che si muove nell’ombra e che scatena di volta in volta una serie di eventi che investono più o meno volontariamente Conrad e suo padre e che un po’ alla volta vedremo emergere e agire. Odio quei “cattivi” che si rintanano nel loro tetro castello, hanno un tirapiedi sfregiato con la maschera e la voce grossa che agisce, mentre loro se ne stanno comodi comodi sul loro trono d’ossa (rigorosamente umane) mentre aspettano di combattere lo scontro epico contro l’eroe della saga, incuranti del fatto che se non agiscono prima prenderanno una quantità di mazzate letale durante lo “scontro epico” finale. Solo a sentire una trama del genere mi viene l’orticaria. Il “malvagio” è  un altro personaggio che ha delle motivazioni e queste lo spingono ad agire per raggiungere determinati obiettivi.  Però agisce, si muove, magari non si vede, ma il peso delle sue azioni si fa ben sentire.  E’ malvagio? No. Ha obiettivi diversi da quelli dei protagonisti e una certa propensione all’omicidio… come la possiedono decine di automobilisti romani in un giorno di traffico qualsiasi.  Questo lo rende peggiore dei “buoni”? E perché? Anche i buoni uccidono quelli che intralciano il loro cammino. Come cantava Bennato in “Arrivano i buoni” ad un certo punto viene da dire “ma chi l’avrebbe detto che i cattivi da ammazzare fossero così tanti”, purtroppo la parola scritta non riesce a rendere il tono salace e ironico del cantautore napoletano.
Tutti i miei personaggi sono grigi, qualcuno più chiaro, qualcuno no. Qualcuno migra verso il nero, qualcun altro invece sbiancherà, ma tutti evolveranno  e cresceranno.

  • Che cosa desideri comunicare al lettore, con questo romanzo? C’è un significato nascosto, sotto la trama?

Per prima cosa voglio offrire al lettore un mondo fantastico, in tutti i sensi, dove sognare e sognare forte, un luogo dove fantasia e realtà si sono scambiate di posto e giocoforza lasciargli l’impressione di vivere in un mondo fantastico e che quello “reale” è quello che lascia dopo la parola fine del libro… e in fondo è proprio così: il nostro mondo è fantastico, di tutti i posti nel sistema solare niente è in grado di superare la varietà di habitat della Terra, la bellezza dei suoi monti, la ricchezza in biodiversità dei suoi oceani.
E se proprio vogliamo trovare una morale nascosto dietro alla trama… esiste il bianco, esiste il nero, ma son poca cosa di fronte a tutte le sfumature di grigio tra l’uno e l’altro.

 

Chi ha letto questo libro lo promuove per

Esprimi il tuo parere e scopri quali voci hanno scelto gli altri lettori!

Precedente Silfrida, la schiava di Roma Successivo Dell'amore e della spada: Beatrice e Giuliano A.D. 1513